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 Il punto

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Vincenzo Cicala

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MessaggioTitolo: Il punto   Ven 14 Nov - 0:05

"La santità non consiste nel dire delle belle cose, neppure nel pensarle o nel sentirle. Sta tutta nella volontà di soffrire."

Non riesco a comprendere. Santa Teresa non dice accettazione della sofferenza, dice volontà di soffrire.
Ora la volontà è desiderio, è proposito, è più che adesione è aspirazione.

Può mai essere che il desiderio di soffrire dia la santità? Esso è cosa contraria alla natura. E' masochismo. Non è cosa moralmente sana.
Io non riesco a capire l'affermazione di S.Teresa.

Forse seguendo un'altra strada, quella che è nel Vangelo. Chi ama una persona, di essa condivide le sofferenze. Chi ama Gesù condivide la sua sofferenza, sia quella della Croce, sia quella per i peccati che vengono commessi,sia quella per i9 guai provenienti da calamità naturali. Io non so seguire altra strada che questa per capire
quanto dice Santa Teresa:
1) io amo Gesù. Non è possibile che io non Lo ami. Sarebbe cattiveria non amare Dio -fratelllo candido giglio ed amore vermiglio - vissuto e morto per amore nostro;
2) io desidero vivere con Lui, cioè rientrare nel mondo dell'essere, dove io sono perché Tu sei ed io sono ;
3) se veramente vivo con Lui e desidero vivere con Lui, non posso non condividere quella che è la Sua vita. E la Sua vita, finché dura il tempo, si fa anche di sofferenza;
4) in conclusione : l'aspirazione di ogni cristiano a vivere con Gesù è aspirazione a condividere anche le Sue sofferenze.

Mi sembra di potermi chiarire così il significato del'affermazione di Santa Teresa.
una volta accettata questa chiave di interpretazione posso giovarmene per estensione alle sofferenze del prossimo
e dire : se amo Dio , amo il prossimo mio. Allora non posso non condividere le sue sofferenze. Non posso non soffrire per le persecuzioni, le emarginazioni, le torture, i soprusi che vengono fatti agli uomini.
In questo senso trovo concordia tra l'affermazione di Santa Teresa
il comandamento di Dio la testimonianza ed il mistero della Croce.
Il mistero rimane, ma è quello della Croce e l'oceano di Grazia che da essa emana riempie tutto di te, la mente ed il corpo e ti fa sentire concretamente e vivamentre il Regno di Dio. Il mistero c'è e nessun uomo lo risolve, ma l' Amore è vero e concreto ed ha con sé tutta la luce necessaria per illuminare le tenebre e dice: Dio é: Lo senti e Lo vivi oltre quello che non ti puoi spiegare.
Così mi sembra di capire, ma vorrei proprio che mi si chiarisse che n on sto sbagliando.
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Jean
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MessaggioTitolo: Re: Il punto   Ven 14 Nov - 5:10

Carissimo,

grazie per la questione che ti poni.

Prima di tutto, non trovo esattamente questa citazione.
Cio' che trovo è questo: "La Sainteté ne consiste pas à dire de belles choses, elle ne consiste pas même à les penser, à les sentir !... elle consiste à souffrir et à souffrir de tout." (LT89) Che diventa in italiano:
"La Santità non consiste nel dire cose belle, non consiste neppure nel pensarle o nel sentirle! La santità consiste nel soffrire e nel soffrire di tutto." (LT 89)

Già siamo lontani dalla versione che metti tu. Ma comunque, è vero che lei ha delle affermazioni sulla sofferenza che sono tremendamente radicali, ma è da notare che appartengono solo ad un periodo specifico della sua vita: tra il Maggio 84 e l'inizio del 93. questa osservazione è fondamentale come lo spiego brevemente sotto.

Per la questione della sofferenza (come per altre questioni), è importante situare l'autore nel suo cammino spirituale (sapere dove si trova nel suo cammino spirituale) e avere un'idea globale del suo discorso sul soggetto. E poi, si valuta un discorso spirituale, o un opinione spirituale, sempre con i principi della Teologia spirituale, che presuppongono l'esistenza di un Cammino spirituale che ha la sua "topografia" specifica, tappe specifiche, con esigenze specifiche, lavoro diverso di Dio a seconda delle tappe, comportamento diverso, opinioni diverse anche.

Per cioè che riguarda la sofferenza, santa Teresina passa per varie fasi (non copro tutto l'arco):

1- Soffre senza gusto, senza desiderio (prima del Maggio 1884).

2- Riceve la grazia di amare la sofferenza (dal Maggio 1884). "Il giorno dopo la comunione, mi tornarono in mente le parole di Maria; mi sentii in cuore un grande desiderio della sofferenza e nello stesso tempo ebbi l’intima certezza che Gesù mi riservava un gran numero di croci, mi sentii inondata di consolazioni così grandi che le considero come una delle grazie più grandi della mia vita. La sofferenza divenne la mia attrattiva, aveva un fascino che mi incantava pur non conoscendolo bene. Fino allora avevo sofferto senza amare la sofferenza, da quel giorno sentii per essa [36v°] un vero amore. Sentivo anche il desiderio di amare soltanto il Buon Dio, di trovare gioia solo in Lui, [...]" (MsA 36°r-v°)

3- Capisce che la fà crescere (perchè è nella fase di purificazione), quindi la desidera più che ogni bene, ma di fatti è un soffrire "per amore" mai preso separatamente di Cristo, e dell'Amore per Lui. (è in questo periodo che si situa la tua citazione)

4- Quando finisce questa fase di purificazione-fondamentale in lei (inizio 1893), capisce la distinzione tra volontà di Dio e sofferenza e lo dice chiaramente nel MsA 83 r°:
"Non desidero nemmeno la sofferenza né la morte eppure le amo tutte e due, ma è l'amore solo che mi attira... A lungo le ho desiderate; ho posseduto la sofferenza e ho creduto di giungere alla riva del Cielo, ho creduto che il fiorellino sarebbe stato colto nella sua primavera... ora è solo l'abbandono che mi guida, non ho proprio altra bussola!... Non riesco a chiedere più nulla con ardore, tranne il compimento perfetto della volontà del Buon Dio sulla mia anima, senza che le creature possano porvi ostacolo."

E' fondamentale vedere questo "grafico" direi di evoluzione di qualsiasi cosa in un essere umano in crescita e non valutare una nozione in modo univoco e costante per tutto e per tutti.
E' ugualmente fondamentale capire che la purificazione, Prima Opera dello Spirito Santo in noi, l'opera di trasformazione delle nostro essere in Dio, fa soffrire, non perché Dio vuole farci soffrire, ma perché il passare dalla difformità (somiglianza con le creature) alla somiglianza con Dio, fa soffrire. Dio non vuole fare soffrire nessuno, che questo sia chiaro. E' come quando con lo spazzolone puliamo il pavimento, bisogna grattare le macchie, allora se il pavimento avesse voce direbbe a chi gratta: "ai ai, fermati, mi fai male!" Ma chi gratta, non ha intenzione di fare male!

Notiamo che molti non hanno il coraggio in questo momento critico di sopportare la sofferenza, (anche ovviamente se ci vuole la Grazia), e quindi non vanno oltre nella vita spirituale!

Quindi, è un soggetto fondamentale, in un certo senso questo della sofferenza legato all'opera di purificazione!
E' per quella ragione che il Signore dice: sforzatevi di entrare per la porta stretta, e di passare per il cammino stretto!
Far passare l'essere umano da una forma creata ad una forma increata è un lavoro che - senza volerlo - fà male! Ma il cuore di questo lavoro è un riplasmare l'essere umano...

Spero di aver aiutato a capire un pochino questa problematica.
Incoraggio chi si pone la domanda di leggere le lettere di santa Teresina, con la matita, e di notare le ricorrenze della tematica della sofferenza, rimettendola nel suo contesto, e sopratutto di leggere il Manoscritto A dove lei spiega bene il dinamismo di grazia che soggiace la questione della sofferenza, e lo fa con chiarezza e discernimento (come per esempio i passi chiavi che ho citato sopra).
A presto

Jean
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Jean
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MessaggioTitolo: Re: Il punto   Ven 14 Nov - 5:42

A titolo indicativo:

San Giovanni della Croce: Salita del Monte Carmelo, libro 2 CAPITOLO 7

Ove si mostra quanto sia angusto il sentiero che porta alla vita eterna e quanto spogli e liberi debbano essere coloro che vogliono percorrerlo. S'incomincia a parlare della notte dell’intelletto.

1. Per trattare ora in modo adeguato dello spogliamento e della purezza delle tre potenze dell’anima sarebbero necessarie una mente e una scienza superiori a quelle che possiedo io, così da far capire alle persone spirituali quanto stretto sia questo cammino che, secondo le parole del Signore, conduce alla vita. Una volta persuase di questa verità, esse non si meraviglieranno del vuoto e della nudità in cui devono lasciare le potenze dell’anima durante questa notte.

2. A tale proposito è opportuno considerare le parole del Signore riportate in san Matteo circa questo cammino: Quam angusta porta, et arcta via est, quae ducit ad vitam, et pauci sunt qui inveniunt eam, cioè: Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita e quanto pochi sono quelli che la trovano! (Mt 7,14). Occorre notare che all'autorità di queste parole si aggiunge l'efficacia intensiva contenuta nella particella quam. È come se il Signore volesse dire: è davvero molto stretta, più di quanto pensiate!
Va inoltre osservato come egli in primo luogo affermi che stretta è la porta, il che permette di capire che per entrare in questa porta di Cristo, che è l'inizio del cammino, l'anima deve anzitutto mortificare e spogliare la sua volontà di tutte le cose sensibili e temporali, amando Dio al di sopra di tutto. Questo lavoro si compie nella notte dei sensi, di cui si è già parlato.

3. Subito dopo aggiunge che angusta è la via, cioè quella della perfezione. Con tale espressione vuol far capire che per avanzare nel cammino della perfezione l’anima non solo deve passare attraverso la porta stretta, privandosi dei beni sensibili, ma deve altresì mortificarsi, espropriarsi e sbarazzarsi completamente dei beni spirituali. Ciò che dice della porta stretta va, quindi, riferito alla parte sensitiva della persona, e a quella spirituale o razionale ciò che dice della via angusta. La causa, poi, dell’espressione: Pochi sono quelli che la trovano, va ricercata nel fatto che pochi sanno e vogliono entrare in questa estrema nudità e vuoto dello spirito. poiché questo sentiero verso il sublime «Monte della perfezione» sale verso l’alto ed è angusto, può essere percorso soltanto da viandanti che non portano pesi aggravanti la parte inferiore, cioè i sensi, né impedimenti che ingombrano quella superiore, cioè lo spirito. poiché si tratta di un impegno in cui si cerca e si raggiunge solo Dio, Dio solo va cercato e posseduto.

4. Da ciò risulta chiaro che l'anima deve sbarazzarsi non solo di ogni affezione verso le cose create, ma deve altresì essere libera e distaccata dai beni riguardanti il suo spirito. Per istruirci e guidarci in questo cammino il Signore, nel vangelo di san Marco, c'insegna quella mirabile dottrina che è tanto meno praticata dalle persone spirituali quanto più è loro necessaria. Per questo motivo e poiché fa al nostro caso, la riporto tutta, spiegandone il genuino e spirituale significato. Il Signore afferma, dunque, così: Si quis vult me sequi, deneget semetipsum, et tollat crucem suam, et sequatur me. Qui enim voluerit animam suam salvam facere, perdet eam: qui autem perdiderit animam suam propter me... salvam faciet eam, cioè: Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà (Mc 8,34-35).
5. Oh!, chi potrà far comprendere, praticare e gustare tutta l'importanza di questo consiglio del nostro Salvatore? Egli chiede di rinnegare se stessi, affinché le persone spirituali vedano quanto il modo di comportarsi in tale cammino sia diverso da quello che molte di loro immaginano. Alcune, infatti, pensano che basti una qualsiasi forma di ritiro o di riforma della vita; altre si limitano a esercitarsi in qualche modo nella virtù, nella pratica dell’orazione e della mortificazione, ma senza arrivare allo spogliamento e alla povertà, all'abnegazione e alla purezza spirituale - che sono un tutt'uno - consigliàtici qui dal Signore. Si preoccupano, infatti, più di nutrire e ricoprire la loro natura di consolazioni e sentimenti spirituali che di spogliarla e privarla di ogni conforto per amore di Dio. Pensano che basti mortificarla nei piaceri del mondo e non che debba essere annientata e purificata anche nella parte spirituale. Avviene dunque che, quando si presenta loro l'opportunità di compiere un atto di virtù solido e perfetto, come l'annullamento di ogni soavità in Dio, la permanenza nell'aridità, nelle avversioni, nelle sofferenze - cose in cui consiste la pura croce spirituale, la nudità e la povertà di spirito del Cristo -, tali persone rifuggono tutto questo come se fosse la morte e vanno solo in cerca di dolcezze e soavità nei rapporti con Dio. Ma questo non è rinnegare se stessi né nudità di spirito, bensì golosità spirituale! Agendo così, esse si rendono nemiche della croce di Cristo (Fil 3,18 ), perché il vero spirito cerca nel Signore più l'amaro che il dolce, propende più per la sofferenza che per la consolazione, più per la mancanza di ogni bene per amore di Dio che per il possesso, più per le aridità e le afflizioni che per le dolci comunicazioni, sapendo che questo significa seguire Cristo e rinnegare se stessi; il resto, invece, è cercare se stessi in Dio, cosa molto contraria all'amore. Infatti, cercare se stessi in Dio significa ricercare i doni e le consolazioni di Dio, mentre cercare unicamente Dio non è solo voler rinunciare a tutto per amore di Dio, ma essere propensi a scegliere per Cristo quanto di più disgustoso vi possa essere, sia da parte di Dio che del mondo. Questo è amore di Dio.

6. Chi potrà far comprendere fin dove il Signore vuole che arrivi questa rinuncia? Essa dev'essere, certamente, come una morte e un totale annientamento temporale, naturale e spirituale in relazione alla volontà, nella quale si opera ogni rinuncia.
Ciò è quanto intende dirci il Signore quando afferma: Chi ama la sua vita la perde (Gv 12,25), cioè: chi vorrà possedere qualcosa o ricercarla e tenerla gelosamente per se, la perderà. Ma chi avrà perduto la sua vita per causa mia) la troverà (Mt 10,39), cioè: chi per amore di Cristo rinuncia a tutto ciò che può desiderare e gustare, scegliendo ciò che più assomiglia alla croce - il Signore stesso nel vangelo di san Giovanni chiama quest'atteggiamento odiare la propria vita (Gv 12,25) -, costui la guadagnerà.
Tale è l'insegnamento che il Signore offrì a quei due discepoli che gli chiedevano di sedere alla sua destra e alla sua sinistra. Egli non diede loro alcuna speranza di raggiungere la gloria richiesta, ma offrì il calice, che egli stesso avrebbe bevuto, come la cosa più preziosa e più sicura su questa terra, piuttosto che il godimento (Mt 20,20-22).


Ultima modifica di Jean il Ven 14 Nov - 5:44, modificato 2 volte
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Jean
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MessaggioTitolo: Re: Il punto   Ven 14 Nov - 5:43

7. Bere questo calice significa morire alla propria natura, spogliandola e mortificandola in tutto ciò che riguarda i sensi, come ho detto, e in tutto ciò che riguarda lo spirito, come ora dirò, cioè nel suo modo d'intendere, di gustare e di sentire, perché la persona possa camminare per lo stretto sentiero. Così non solo sarà liberata da ciò che viene dai sensi e dallo spirito, ma, in ciò che riguarda quest'ultimo, essa non inciamperà in nessun ostacolo lungo l'angusto cammino. Qui, infatti, c'è posto solo per l'abnegazione - come lascia intendere il Signore - e per la croce, il bastone cui appoggiarsi, che rende il cammino più facile e agevole. Per questo il Signore afferma nel vangelo di san Matteo: Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero (Mt 11,30). il giogo è la croce che l'uomo deve impegnarsi a portare, il che significa decidersi davvero a voler cercare e sopportare ogni sorta di fatiche per amore di Dio. Solo così troverà in esse grande sollievo e dolcezza nel percorrere questo cammino, privo di tutto, senza volere nulla. Se, invece, pretende di appropriarsi di qualcosa, proveniente da Dio o da altrove, non procede spoglio e distaccato da tutto e, pertanto, non potrà imboccare né percorrere questo stretto sentiero sino alla vetta.

8. Per questo motivo vorrei convincere le persone spirituali circa il fatto che questo cammino che porta a Dio non consiste nella molteplicità delle meditazioni, nei metodi, negli esercizi, nei gusti - sebbene tutto questo sia in qualche modo necessario ai principianti -, ma in una sola cosa indispensabile: nel saper rinnegare davvero se stessi, esteriormente e interiormente, offrendosi alla sofferenza per amore di Cristo e annientandosi in tutto. Esercitandosi in tali cose, si possono acquisire tutti quei beni e di più grandi; se, invece, si trascurano, siccome esse sono compendio e radice delle virtù, ogni altra pia pratica è dispersione inutile, anche se quelle persone abbiano meditazioni e comunicazioni pari a quelle degli angeli. In realtà, si fa progresso solo imitando Cristo, che è la via, la verità e fa vita;. nessuno viene al Padre se non per mezzo di me, come dice egli stesso nel vangelo di Giovanni (Gv 14,6). E altrove: lo sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo (Gv 10,9). Di conseguenza, non riterrei per buono quello spirito che volesse camminare attraverso dolcezze e agiatezze, e rifiutasse d'imitare Cristo.

9. Ho detto che Cristo è la via, e questa via è la morte alla nostra natura sia sensitiva che spirituale. Ora voglio far comprendere come questo avvenga in noi, a imitazione di Cristo nostro modello e nostra luce.

10. In primo luogo è certo che egli morì ai sensi, in modo spirituale, durante la sua vita, e fisicamente, alla fine della sua vita, poiché, come egli stesso afferma, in vita non aveva dove posare il capo (Mt 8,20) né tanto meno lo ebbe in croce.

11. In secondo luogo è certo che Cristo al momento della morte fu annientato anche nell'anima, quando fu lasciato senza conforto e sollievo alcuno,abbandonato dal Padre nella più profonda aridità affettiva. Allora egli sentì il bisogno di gridare: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27,46). Questo fu l'abbandono più desolante, a livello affettivo, da lui provato durante la sua vita. In esso, però, compì l'opera più grande di [tutta] la sua vita, quella che sorpassa i miracoli e ogni altro evento compiuto sulla terra e in cielo, cioè la riconciliazione del genere umano e la sua unione con Dio per mezzo della grazia. Come dico, tutto questo accadde nel tempo e nel momento in cui nostro Signore toccò il massimo dell’annientamento: nella stima degli uomini, che vedendolo morire, anziché apprezzarlo, si burlavano di lui; nella natura, per mezzo della quale si annientò morendo; nel sostegno e nel conforto spirituale del Padre, che in quella circostanza lo abbandonò, affinché pagasse interamente il debito e unisse l'uomo a Dio, lasciandolo annientato e ridotto quasi al nulla. Davide dice di lui: Ad nihilum redactus sum, et nescivi: Ero ridotto un niente e non capivo (Sal 72[73],22). Comprenda, perciò, l'uomo spirituale il mistero della porta e della via di Cristo per unirsi a Dio e sappia che quanto più per amor suo si annienterà, nelle sue parti sensitiva e spirituale, tanto più si unirà a Dio e più grande sarà la sua opera. Quando si sarà ridotto al nulla, avrà cioè raggiunto l'estrema umiltà, allora realizzerà la sua unione spirituale con Dio, che è lo stato più grande ed elevato al quale si possa pervenire in questa vita.
Tale unione non consiste, quindi, nelle gioie, nelle consolazioni o nei sentimenti spirituali, ma in una vera morte di croce, sensitiva e spirituale, cioè esteriore e interiore.

12. Non voglio dilungarmi oltre su questo argomento, anche se non smetterei mai di parlarne, perché vedo che Cristo è assai poco conosciuto da coloro che si considerano amici suoi. Li vediamo, infatti, cercare in lui dolcezze e consolazioni e amare molto se stessi, piuttosto che cercare le sue amarezze e la sua morte, segno di coloro che lo amano molto.
Parlo di quelli che si ritengono suoi amici, non degli altri che vivono lontani e separati da lui, grandi letterati, potenti e tutti gli altri che vivono là nel mondo, preoccupati di soddisfare le loro ambizioni e le loro manìe di grandezza, perché di costoro posso dire che non conoscono Cristo e che avranno una fine, per quanto buona, molto amara. Non parlo di loro in questo scritto. Di essi si parlerà nel giorno del giudizio, perché costoro soprattutto avevano il dovere di annunciare la parola di Dio, essendo stati da lui posti in alto dinanzi agli uomini per cultura e dignità.

13. Ora, però, parlo all'intelligenza dell’uomo spirituale, soprattutto di colui al quale Dio ha fatto il dono di elevarlo allo stato di contemplazione. Come ho già detto, ora parlo specialmente a queste persone, dicendo come devono indirizzarsi a Dio nella fede, purificando il loro intelletto da ciò che a lui è contrario e mortificandosi, per poter entrare in questo sentiero stretto della contemplazione oscura.
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Vincenzo Cicala

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MessaggioTitolo: Salvati dall' Amore di Dio   Ven 14 Nov - 22:27

A tale proposito è opportuno considerare le parole del Signore riportate in san Matteo circa il cammino verso Dio : Quam angusta porta, et arcta via est, quae ducit ad vitam, et pauci sunt qui inveniunt eam.
Matteo 19,25-26: "A queste parole i discepoli rimasero costernati e chiesero:”Chi si potrà dunque salvare?” E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse :” Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile.”
La volontà di Dio di salvare il mondo è manifestata dalla stessa venuta di Gesù. Egli chiede di essere seguito, rendendo con chiarezza esplicita che non è possibile seguire due padroni e che dove è la propria ricchezza lì è il proprio cuore. Chiarisce pure che molti sono i chiamati e pochi gli eletti. Assicura l’assistenza Sua e la cura degli uomini ed egli pure si pone ,infine, la domanda se, alla Sua nuova venuta, troverà fede sulla terra. Egli pure non sa quanti uomini risponderanno alla Sua chiamata. La bontà di Dio non può cancellare la scelta del male . Però chi si perderà sarà colui che Gli risponderà di no fino all’ultima chiamata. Infatti Egli chiama e premia anche gli operai dell’ultima ora e li premierà ugualmente. Noi non sappiamo quanti si salveranno. Abbiamo ,però, delle certezze:

1) la presenza continua dello Spirito Santo. Dio ci dona la Grazia in ogni istante della vita ed è sempre disponibile ad ascoltarci e ad esaudirci. Dio è un amico dell’uomo. E’ il Padre. E’ Abbà Padre. Io non so cosa è il silenzio di Dio. Sarebbe una cosa tanto brutta da non potersi immaginare. Io sono sicuro che, se non mi parlerà, io mi perderò. Ma egli non manca mai alle Sue promesse ed è presente in ogni istante vicino a noi. Dobbiamo solo dire “Signore io Ti voglio. Vieni.” E pregarLo perché, anche nelle più grandi amarezze, ci dia la forza sufficiente.
2) Le pagine iniziali di Storia di un’anima chiariscono il rapporto con l’uomo con due esempi chiarissimi e semplici. Il primo è quello del sole che illumina dall’albero più grande fino all’ultima foglia. Il secondo è quello del giardino al quale dà splendore sia la rosa più profumata sia il più piccolo fiore di campo. Dio parla a tutti e per ognuno consente solo il peso che può portare e ad ognuno dà assistenza per portare quel peso.
3) L’uomo storce e strappa continuamente il piano provvidenziale di salvezza di ciascuno, ma l’aiuto di Dio non è quantificato una tantum ma cresce al crescere della necessità.

Noi dobbiamo solo ripetere in continuazione le invocazioni del periodo dell’Avvento:
VIENI SIGNORE E RIMANI.
PARLACI SIGNORE E CONFORTACI.
RIMANI CON NOI SIGNORE PERCHE’ NOI TI VOGLIAMO ED ABBIAMO BISOGNO DI TE.
SIGNORE SI FA SEMPRE PIU’ BUIO AUMENTANO LE TENEBRE.
SIGNORE RISCHIARA IL NOSTRO CAMMINO. TU VUOI CHE NOI CI SALVIAMO.
RESTA CON NOI PERCHE’ SENZA DI TE CI PERDIAMO.
TU SEI IL PADRONE DELLE NOSTRE ANIME. NON PERMETTERE CHE VENGANO COMPRATE.
ALLONTANA DA NOI LA PROVA SIGNORE PERCHE’ SIAMO DEBOLI ED IMPERFETTI.
NOI ABBIAMO SEMPRE BISOGNO DI MANGIARE ALLA TUA MENSA E DI SCALDARCI AL TUO FOCOLARE.

Vincenzo Cicala
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