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 CENTENARIO della morte della BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA

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Jean
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MessaggioTitolo: CENTENARIO della morte della BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA   Ven 27 Ott - 14:14

Celebriamo il 8 di Novembre il Centenario della Morte della Elisabetta della Trinità, monaca carmelitana (morta quindi nel 1906 al Carmelo di Dijon).

Lo dico per chi vuole prepararsi spiritualmente per ricevere grazie interiori immense.

E' una santa che attira verso l'interiorità, verso il Centro del nostro cuore dove abita la Trinità...
Lei ha promesso che "in cielo attirerà le persone nella Trinità"...

Chi vuole, puo', durante i 9 giorni che precedono, dire ogni giorno per esempio la sua preghiera alla Trinità, o leggersi una delle sue lettere o passi dei suoi Ritiri...
Mille grazie da ricevere....
buona preparazione
Jean


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Jean
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MessaggioTitolo: Re: CENTENARIO della morte della BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA   Ven 27 Ott - 14:17

Ecco la sua preghiera che lei ha composto ispirata da un'altro autore:

ELEVAZIONE
ALLA SS. TRINITÀ


Mio Dio, Trinità che adoro,
aiutatemi a dimenticarmi interamente,
per fissarmi in voi, immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell'eternità;
che nulla possa turbare la mia pace o farmi uscire da voi, mio immutabile Bene,
ma che ogni istante mi porti più addentro nella profondità del vostro mistero.
Pacificate la mia anima,
fatene il vostro cielo, la vostra dimora preferita e il luogo del riposo;
che io non vi lasci mai solo, ma sia là tutta quanta, tutta desta nella mia fede,
tutta in adorazione, tutta abbandonata alla vostra azione creatrice.

O mio amato Cristo, crocifisso per amore,
vorrei essere una sposa del vostro Cuore;
vorrei coprirvi di gloria e vi chiedo di rivestirmi di Voi stesso,
di immedesimare la mia anima con tutti i movimenti della vostra Anima,
di sommergermi, d'invadermi, di sostituirvi a me,
affinché la mia vita non sia che un'irradiazione della vostra vita.
Venite nella mia anima come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore.
O Verbo Eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarvi;
voglio farmi tutta docilità per imparare tutto da voi.
Poi, attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze,
voglio fissare sempre Voi e restare sotto la vostra grande luce.
O mio Astro amato,
incantatemi, perché non possa più uscire dallo splendore dei vostri raggi.

O Fuoco consumatore, Spirito d'amore,
scendete sopra di me,
affinché si faccia della mia anima come un'incarnazione del Verbo,
ed io sia per Lui un'aggiunta d'umanità nella quale Egli rinnovi tutto il suo mistero.

E Voi, o Padre,
chinatevi sulla vostra piccola creatura,
copritela con la vostra ombra, e non guardate in lei che il Diletto
nel quale avete riposto tutte le vostre compiacenze.

O miei TRE, mio Tutto,
mia Beatitudine, Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo,
mi consegno a Voi come una preda.
Seppellitevi in me, perché io mi seppellisca in Voi,
in attesa di venite a contemplare, nella vostra luce,
l'abisso delle vostre grandezze." (Elisabetta della Trinità)
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MessaggioTitolo: Re: CENTENARIO della morte della BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA   Ven 27 Ott - 15:09

Citazioni di Elisabetta della Trinità:

"Vi lascio la mia fede nella presenza di Dio, del Dio Tutto-Amore abitante nelle nostre anime. Ve lo confido: è questa intimità con Lui al di dentro il più bel sole irradiante la mia vita".

"Credere che un Essere che si chiama Amore abita in noi ad ogni istante, di giorno e di notte, e che domanda solo di vivere in sua compagnia... Ricevere come proveniente direttamente dal suo amore ogni gioia, come ogni sofferenza... Questo contribuisce ad elevare l’animo al di sopra di ciò che accade, e lo fa riposare nella pace, nell’abbandono dei bimbi di Dio".

"Vorrei dire a tutte le anime quali sorgenti di forza, di pace e anche di felicità troverebbero se provassero a vivere in questa intimità con Dio".

"Egli è l’Amore, e vuole che noi viviamo in sua compagnia".
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MessaggioTitolo: Re: CENTENARIO della morte della BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA   Ven 27 Ott - 15:16

Biografia:

Beata Elisabetta della Trinità:
Bourges, Francia, 18 luglio 1880 - Digione, 9 novembre 1906


Elisabeth Catez nacque il 18 luglio 1880 nel Campo d'Avor presso Bourges (Francia), e fu battezzata quattro giorni dopo. Nel 1887 la famiglia si trasferì a Digione. Quello stesso anno muore il papà. Il 19 aprile 1890 riceve la Prima Comunione, l'anno dopo il sacramento della Confermazione. Nel 1894 emise il voto di verginità. Sentendosi chiamata alla vita religiosa chiese alla madre il permesso di poter entrare al Carmelo, ma questa le oppose un netto rifiuto, finchè, non fu costretta a cedere ma a condizione che vi entrasse al compimento della maggiore età. Il 2 agosto 1901 entrava nel Carmelo di Digione dove l'8 dicembre 1901 vestì l'abito religioso. L'11 gennaio 1903 emise la Professione religiosa. Il 21 gennaio dello stesso anno compì la cerimonia della velazione monastica. I cinque anni della sua vita religiosa furono una continua ascesa verso Dio ed il Signore purificò la sua anima con sofferenze spirituali, e con sofferenze corporali attraverso il terribile morbo di Addison che la portò alla morte il 19 novembre 1906.



La bibliografia che parla di questa beata è immensa, segno di una incredibile spiritualità tutta da scoprire, meditare, analizzare; maturata nel chiuso di un Carmelo, contemporanea di quell’altra grande colonna dell’ascesi carmelitana, che fu santa Teresa del Bambino Gesù di Lisieux (1873-1897).
Elisabetta Catez nacque nel campo militare di Avor presso Bourges (Francia) il 18 luglio 1880, poi trasferita con la famiglia prima ad Auxonne e poi a Digione, dove nell’ottobre 1887 rimase orfana di padre. Dotata di un carattere piuttosto duro, volitiva, impetuosa, ardente, estroversa, dovette lavorare a lungo e un poco alla volta per dominarsi o come diceva lei, di “vincersi per amore”, attirata da Cristo, particolarmente a cominciare dalla Prima Comunione, ricevuta il 19 aprile 1891 e con la cresima il 18 giugno successivo.
Senza frequentare mai scuole vere e proprie, ebbe i primi rudimenti del sapere, dello scrivere e delle scienze da due istitutrici, con una infarinatura di letteratura. Però fin da piccola frequentò il conservatorio di Digione, dove trovò nella musica una forma di donazione e di preghiera, ottenne i primi premi di esecuzione al pianoforte.
In piena adolescenza, cominciò a sentirsi attratta da Cristo e – racconta lei stessa – “senza attendere mi legai a Lui con il voto di verginità; non ci dicemmo nulla, ma ci donammo l’uno all’altra in un amore tanto forte, che la risoluzione d’essere tutta sua divenne per me ancor più definitiva”.
Sentì risuonare nel suo spirito la parola ‘Carmelo’ per cui non ebbe altro pensiero che ritirarsi in tale sacra struttura. Ma trovò una forte opposizione nella madre, la quale rimasta vedova così giovane, aveva riposto nella figlia e nelle sue possibilità musicali, di avere un aiuto nella vita, pertanto si dimostrò contraria alla vocazione di Elisabetta, proibendole di frequentare il Carmelo di Digione, anzi proponendogli il matrimonio con un buon giovane.
Ma la giovane era ormai innamorata di Cristo e non c’era spazio per altri amori, ad ogni modo ubbidì alla madre per quanto riguardava i contatti con il monastero carmelitano, pur ribadendo la sua immutata volontà.
Solo quando raggiunse i 19 anni la signora Catez cedette, ma ponendo la condizione che avrebbe potuto entrare nel Carmelo solo nel 1901, quando avrebbe compiuto i 21 anni; nel frattempo la conduceva a varie feste danzanti della buona società, con la speranza che Elisabetta avrebbe cambiato idea.
Ma lei anche in mezzo al mondo, ascoltava il suo Gesù nel silenzio di un cuore che non voleva che essere che suo. Prima di uscire per queste feste, s’inginocchiava in casa, pregava, si offriva alla Madonna, poi con naturalezza e con un sorriso, viveva queste occasioni di festa gioiosa, tutta presa dal pensiero della Comunione che avrebbe ricevuta il mattino successivo e si rendeva estranea e insensibile a tutto quello che accadeva intorno a lei.
Si preparò così alla vita monastica, insegnando il catechismo ai piccoli della parrocchia, soccorrendo i poveri più abbandonati, in comunione stretta con la Trinità e con la Madonna. Il 2 agosto 1901 entrò nel Carmelo di Digione e l’8 dicembre ne vestì l’abito, dopo un fervoroso anno di noviziato, l’11 gennaio 1903 pronunciò i voti, prendendo il nome di Elisabetta della Trinità.
Ma la gioia di aver raggiunto la meta desiderata, dopo un inizio pieno di speranze e promesse, fu bloccata ben presto, perché il 1° luglio 1903, si manifestò nella giovane professa uno strano male, non diagnosticato correttamente e curato con terapie sbagliate, solo più tardi si diagnosticò per il terribile morbo di Addison (malattia caratterizzata da una profonda astenia, con ipotensione, dolori lombari, turbe gastriche, una colorazione bronzina della pelle, dovuta per lo più alla tubercolosi delle capsule surrenali).
Nessuno del monastero, ne i medici avvertirono subito la gravità del male, non conoscendone allora sintomi e terapia; il morbo ebbe una sua classificazione nel 1855 dal medico inglese Thomas Addison (1793-1860) da cui prese il nome.
Suor Elisabetta della Trinità accettava tutto con il sorriso e l’abbandono alla volontà di Dio, manifestando la sua “gioia di configurarsi al Crocifisso per amore” e diventando veramente “lode di gloria della Trinità”. Da un suo scritto datato, venerdì 24 febbraio 1899, rileviamo la conoscenza che lei aveva del suo male oscuro e la trasformazione della sofferenza in sublimazione: “Poiché mi è quasi impossibile impormi altre sofferenze, devo pure persuadermi che la sofferenza fisica e corporale non è che un mezzo, prezioso del resto, per arrivare alla mortificazione interiore e al pieno distacco da sé stessi. Aiutami Gesù, mia vita, mio amore, mio Sposo”.
Il 21 novembre del 1904 si era offerta “come preda” alla Trinità con la celebre invocazione: “O mio Dio, Trinità che adoro”, uscita di getto dalla sua anima. Gli anni dal 1900 al 1905 trascorsero tra alti e bassi della malattia, ma nel 1906 la situazione precipitò; le crisi si susseguivano opprimendola e soffocandola, mentre le viscere davano la sensazione di essere dilaniate da bestie feroci; non riusciva ad assumere né cibo né bevande, ciò nonostante non smise mai di sorridere.
In quell’estate del 1906 obbedendo alla priora, scrisse le sue meditazioni, frutto di quei mesi terribili, nell’”Ultimo ritiro di Laudem gloriae” e nel “Come trovare il cielo sulla terra”. La progressione del male ormai la consumava e scrivendo alla madre, diceva: “il mio Sposo vuole che io gli sia una umanità aggiunta nella quale Egli possa soffrire ancora per la gloria del Padre e per aiutare la Chiesa… Egli ha scelto la tua figlia per associarla alla grande opera della Redenzione”.
Parlava comunque e stranamente di gioia; eppure al martirio del corpo si era aggiunto quello dello spirito, con un senso di vuoto e di abbandono da parte di Dio, che tutti i mistici hanno conosciuto, ebbe persino tentazioni di suicidio, superate nella fede dell’amore per Cristo.
Il morbo ebbe un decorso piuttosto lungo e doloroso, verso l’autunno sembrò avviarsi verso la fine; giunto il 1° novembre parve giunta l’ultima ora estrema e in quel giorno disse le sue ultime considerazioni: “Tutto passa! Alla sera della vita resta solo l’amore. Bisogna fare tutto per amore…”, poi per nove giorni si prostrò in uno stato precomatoso; in un ritornare momentaneo della coscienza, fu udita mormorare: “Vado alla luce, all’amore, alla vita”.
Morì il mattino del 9 novembre 1906, a soli 26 anni. Come s. Teresa del Bambino Gesù anche Elisabetta della Trinità fu una grande mistica, che seppe penetrare l’essenza dell’Amore “troppo grande” di Dio, in intima comunione con i suoi “TRE” come Elisabetta si esprimeva familiarmente parlando della SS. Trinità, perno della sua vita di oblata claustrale carmelitana.
Pur essendo vissuta nel monastero poco più di cinque anni e di cui tre in una condizione di ammalata grave e irreversibile, quindi con pochi contatti con l’esterno, essa dopo morta godé subito di una fama di santità, che fece pensare ben presto alla sua glorificazione.
Per diversi motivi il primo processo informativo si ebbe negli anni 1931-41 a Digione e il 25 ottobre 1961 venne introdotta la causa. Il 12 luglio 1982 furono riconosciute le sue virtù vissute in modo eroico, dandole il titolo di venerabile; infine papa Giovanni Paolo II l’ha beatificata il 25 novembre 1984.
Il ‘Martirologio Romano’ riporta la sua celebrazione al 9 novembre. Viene invece onorata come memoria dall'ordine carmelitano scalzo nel giorno 8 novembre.


Autore: Antonio Borrelli
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MessaggioTitolo: Re: CENTENARIO della morte della BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA   Ven 27 Ott - 15:19

Del suo cognome religioso scrive: “Io sono Elisabetta della Trinità, cioè Elisabetta che scompare, che si perde, che si lascia invadere dai Tre”. E aggiunge: “L’Amore abita in noi: perciò il mio unico esercizio è di entrare nel mio interno e di perdermi in coloro che sono ivi. La felicità della mia vita è l’intimità con gli Ospiti della mia anima”.

Questo orientamento spirituale, fondato sulla convinzione di fede nell’inabitazione divina, fu la grazia della sua vita. Era fedelissima alla progressiva illuminazione interiore che le proveniva, soprattutto, dall’approfondimento contemplativo dei testi del Vangelo e di San Paolo.

Breve fu il tempo da lei trascorso al Carmelo di Digione, nel quale entrò a 21 anni: morì, infatti, sei anni dopo, il 9 novembre 1906, colpita dal “morbo di Addison”, mormorando quasi in tono di canto: “Vado alla Luce, all’Amore, alla Vita”. Aveva scritto, qualche tempo prima: “La Trinità: sono la nostra dimora, il nostro focolare domestico, la casa paterna da cui non dobbiamo mai uscire […]. Credo che in cielo la mia missione sarà di attirare le anime al raccoglimento interiore, aiutandole ad uscire da se stesse per aderire a Dio con un movimento semplicissimo, tutto amoroso, mantenendole in quel grande silenzio interiore che permette a Dio di imprimersi in esse e di trasformarle in Sé”.

Elisabetta…lunghi capelli neri, agili dita che si muovono sul pianoforte, musica e balli, escursioni e viaggi. Come ha fatto questa vivace, elegante, orgogliosa, ragazza a far entrare il suo grande mondo nello stretto di una cella carmelitana? “Voglio farmi santa per te!” scriveva…e, allora, ecco che “la piccola cella…la cara panca di legno…l’austera veste” diventano per lei un “angolo di cielo”. La dimensione delle cose non è più quella strettamente terrena, la misura di tutto: tempo, spazio, affetti, pensieri, diventano la misura infinita dell’Amore di Dio.

Appena varcata la soglia del Carmelo, si affretta a rassicurare la famiglia: “Il mio cuore è sempre lo stesso, nulla è cambiato, sono sempre vostra. Vedete? Al Carmelo il cuore si dilata e sa amare meglio ancora! […]. Al Carmelo è come in cielo, non ci sono più distanza, è già in atto la fusione delle anime […]. Nel buon Dio trovo tutte le valli, tutti i laghi, tutte le visuali”.

Molti altri pensieri potrebbe comunicarci la beata Elisabetta attraverso i suoi scritti…il suo cammino di fede, il suo cammino di accettazione della sofferenza, il suo cammino di immersione sempre più profondo nel seno della Trinità, il suo sguardo dolce e filiale verso Maria che, come “pegno della sua benedizione e del suo amore, le dona lo scapolare per rivestirla di Gesù Cristo, affinché possa camminare in Lui: via regale, cammino luminoso; affinché sia radicata in Lui nella profondità dell’abisso, col Padre e lo Spirito d’amore […]”.

Ci fermiamo qui…a noi il compito di personalizzare, con il nostro essere e il nostro operare, questo suo dono per poter ripetere insieme, in una viva comunione fra cielo e terra: “O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi completamente, per fissarmi in Te, immobile e tranquilla, come se la mia anima fosse già nell’eternità. Nulla possa turbare la mia pace, né farmi uscire da te, o mio Immutabile, ma che ogni istante mi immerga sempre più nella profondità del tuo mistero”.
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MessaggioTitolo: Re: CENTENARIO della morte della BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA   Ven 27 Ott - 15:22

Altra Biografia

Elisabetta Catez nacque a Camp d'Avor (presso Bourges, in Francia,) il 18 luglio 1880, in un campo militare dove il padre Giuseppe prestava servizio con il grado di capitano e fu battezzata quattro giorni dopo.

L’educazione ricevuta non potette non risentire di questa circostanza dando un’impronta di fermezza a tutta la sua vita. Portava nelle vene un sangue combattivo, pronto alla reazione. La sua prima infanzia, fino ai sette anni, fu attraversata da scoppi di collera indomabili. Elisabetta era una bambina piuttosto vivace, volitiva, esuberante, estroversa, dal carattere forte e aggressivo. Aveva coscienza del suo temperamento e fece della sua esistenza un continuo cammino di perfezionamento della sua natura, di dominio sul suo carattere cercando, come diceva lei, di “vincersi per amore”, attirata da Cristo: "quando si è contrastati, si può essere ugualmente felici tenendo lo sguardo fisso al buon Dio… Anche se all’inizio bisogna fare degli sforzi perché si sente tutto ribollire in sé, lentamente, a forza di pazienza e con l’aiuto del buon Dio, si viene a capo di tutto".

Nel 1887 la giovane famiglia si trasferì prima ad Auxonne e poi a Digione in una modesta abitazione accanto alla quale si poteva contemplare il monastero del Carmelo. Quello stesso anno, quando Elisabetta aveva soli sette anni e sua sorella Margherita appena quattro, il padre morì. La vita di Elisabetta, pian piano, si trasformò sotto la spinta del desiderio di adoperarsi realmente per realizzare la missione che sentiva esserle stata affidata nel giorno del Battesimo, così come le aveva misticamente suggerito il Signore il giorno della sua Prima Comunione, il 19 aprile 1891. Quel giorno, infatti, la Priora del Carmelo, al parlatorio, le diede un santino di Santa Elisabetta e le spiegò il significato in ebraico del suo nome: "abitazione di Dio". Dio abitava in lei fin dal battesimo. Questa circostanza la colpì e con fervore cercò di accostarsi all’Eucaristia più che potette (a quei tempi non si poteva ricevere tanto spesso). Il 18 giugno dello stesso anno Elisabetta ricevette il sacramento della Confermazione.

Senza frequentare mai scuole vere e proprie, ebbe i primi rudimenti del sapere, dello scrivere e delle scienze, da due istitutrici, con una infarinatura di letteratura. Però fin da piccola frequentò il conservatorio di Digione, dove trovò nella musica una forma di donazione e di preghiera, ottenne i primi premi di esecuzione al pianoforte.
A quattordici anni, proprio durante il ringraziamento alla Comunione, sentì la chiamata ad essere tutta di Gesù e gli offrì la sua verginità. "Stavo per compiere quattordici anni quando una mattina nel ringraziamento della Comunione mi sentii spinta irresistibilmente a scegliere Gesù per mio unico Sposo, e senza indugio a Lui mi legai col voto di verginità. Non ci scambiammo parole ma ci donammo l’un l’altra in silenzio, con un amore così forte, che la risoluzione di non appartenere che a Lui divenne in me definitiva". Interpellata da Cristo nell’intimità del suo essere, Elisabetta rispose come Maria: un "sì" fermo, coscienzioso, definitivo a "seppellirsi dietro le grate", per trovare il "suo cielo sulla terra" nella "cara solitudine del Carmelo", "sola con Dio solo". Una decisione che si scontrò subito con l’opposizione altrettanto ferma della madre la quale le impedì anche solo di visitare le monache. La madre, rimasta vedova così giovane, aveva riposto nella figlia e nelle sue possibilità musicali, la speranza di avere un aiuto nella vita; pertanto si dimostrò contraria alla vocazione di Elisabetta proponendogli anzi il matrimonio con un buon giovane.
In apparenza le giornate di Elisabetta proseguirono secondo le indicazioni della madre, ma interiormente furono trasformate in occasioni di incontro e di lode al suo Re: "quando lo si ama…quando non si agisce che per lui, sempre alla sua Santa presenza, sotto quello sguardo divino che penetra nel più intimo… anche in mezzo al mondo si può ascoltarlo, nel silenzio di un cuore che non vuole essere che suo!" Ella si accontentava di guardare il Carmelo dal balcone della sua abitazione e di prepararsi al suo ingresso sperimentando la sofferenza come riverbero di ogni autentico amore: "perché farmi languire? Vorrei tanto appartenerti e vivere con te sola lontana da quelli che amo sulla terra. Perché farmi languire? Perché limitare il mio desiderio? Vedi i miei pianti, odi le mie grida: tu solo puoi asciugare le mie lacrime. Il Signore mi chiama al Carmelo e la mia anima vola al suo richiamo".
Solo quando raggiunse i 19 anni la signora Catez cedette, ma ponendo la condizione che sarebbe potuta entrare al Carmelo solo quando avesse compiuto i 21 anni; nel frattempo la portava in giro per tutta la Francia e, secondo le usanze della società francese dell’epoca, la conduceva a varie feste danzanti, a vari incontri mondani con la speranza che Elisabetta cambiasse idea. Ella divenne l’anima delle feste, ma, anche in mezzo al mondo, ascoltava il suo Gesù nel silenzio del suo cuore. Prima di uscire per queste feste, s’inginocchiava in casa, pregava, si offriva alla Madonna, poi con naturalezza e con un sorriso, viveva queste occasioni di festa gioiosa: "Quando ero invitata a delle feste, prima di uscire, andavo a chiudermi nella mia stanza e pregavo... sapevo che avevo un temperamento ardente e dovevo essere molto vigile". "In mezzo alle feste mondane, ero come attratta dal mio Maestro e dal pensiero della Comunione dell’indomani a tal punto che divenivo insensibile, estranea a quanto accadeva intorno a me". Anche quando eseguiva, tra l’ammirazione del mondo che la circondava, dei difficili pezzi d’autore, ella pensava a Gesù: "Quando non posso più pregare, suono, lo faccio per il buon Dio". I viaggi e pellegrinaggi, invece di distrarla, la unirono sempre più al suo Cristo. Era veramente "Nascosta con Cristo in Dio". Avrebbe voluto essere un’ attrice perché anche lì ci fosse un cuore che amasse Gesù.

"Tu sai, Gesù, quanto desidero progredire per essere da Te più amata. Sì, mio Gesù, sono gelosa del tuo amore e, per parte mia, ti amo tanto che in certi momenti mi sembra di morire… O Gesù, mio amore, mia vita, mio Sposo diletto, la tua croce, ti supplico, dammi la tua croce, voglio portarla insieme con te". "Sì, lo sento, Gesù ho troppo amato le creature e mi sono data ad esse ed ho troppo desiderato il loro amore, o piuttosto, non ho saputo amare divinamente! Ma ora, lo sento bene, non tengo che a te, e soprattutto, o Diletto del mio cuore, non voglio essere amata che da te".
Si preparò così alla vita monastica, insegnando il catechismo ai piccoli della parrocchia, soccorrendo i poveri più abbandonati, in comunione stretta con la Trinità e con la Madonna.

Prima della sua entrata al Carmelo, la presenza di Gesù in sé si trasformò in presenza Trinitaria. Da allora danzò pensando "ai suoi Tre". Chi la osservava non poteva non notare il suo raccoglimento interiore. Una volta una zia, durante un ricevimento, l’accostò esclamando: "Elisabetta, tu vedi Dio!", tanto brillavano i suoi occhi attenti a qualcosa di trascendente. Finalmente il 2 agosto 1901 entrò nel Carmelo di Digione e l’8 dicembre ne vestì l’abito, dopo un fervoroso anno di noviziato. Scoprì progressivamente il mistero dei Tre e la grande vocazione che era nel suo nome... Fu il Padre Vallée, Priore dei Domenicani di Digione, ad istruirla sugli splendori del mistero trinitario e sulla bellezza del nome che stava per prendere: "Elisabetta della Trinità". Ciò che colpì maggiormente Elisabetta, fu che questa intimità con le Persone divine, vissuta nella fede, anticipava la beatitudine finale. L’11 gennaio 1903 pronunciò i voti, il 21 gennaio dello stesso anno compì la cerimonia della velazione monastica vivendo la sua vita monacale immersa in adorazione continua della SS. Trinità: "Ho trovato il mio cielo sulla terra, perché il cielo è Dio e Dio è nella mia anima. Il giorno in cui l’ho compreso, tutto per me si è illuminato".

Per la Professione fece incidere sul retro del suo Crocifisso una frase di Sant’Agnese: ‘Amo Cristum’. Così consolò la madre: "quand’eri malata, svegliavi sempre me di notte e io correvo subito accanto a te, ebbene, chiamami ancora, ti sentirò senz’altro, perché la mia anima è così vicina alla tua".

Restò attaccatissima alla mamma e alla sorella, con le quali, oltre alle consuete visite permesse dalla dura disciplina della clausura, mantenne una costante corrispondenza epistolare. In occasione del matrimonio della sorella le scrisse una lettera che dimostra come Elisabetta, anche in clausura, seguisse la famiglia e vivesse i più differenti eventi in una dimensione tutta spirituale:

"Mia cara piccola Guite, alla vigilia del grande giorno, la tua Elisabetta t'invia tutto il suo cuore, tutta la sua anima... Puoi immaginare con che fervore ho pregato per i fidanzati e come chiedo al buon Dio di versare su di essi le sue più dolci benedizioni. Egli vi ama, Guite, e la vostra unione è sicuramente benedetta da lui!... Questa mattina ho fatto la S. Comunione per te e durante la Messa delle otto la mia anima era stretta e tutta unita alle vostre..." (lettera 119 del 14 ottobre 1902).
Alla nascita della prima bimba, alla quale la sorella pose il nome di Elisabetta, le scrisse:
"Mia cara Guite, abbiamo fatto una vera orazione stamani, durante la ricreazione, alla tua piccola Sabeth. La nostra reverenda e ottima Madre era felicissima di mostrarci la sua fotografia, e puoi immaginare se il cuore della zia Elisabetta batteva forte!... Oh Guite mia, l'amo quest'angioletto, credo, quanto la sua mammina, e non è poco; e poi, vedi, mi sento tutta penetrata di riverenza di fronte a questo piccolo tempio della S. Trinità. La sua anima mi appare come un cristallo che riflette il buon Dio e se le fossi vicina, mi metterei in ginocchio per adorare colui che dimora in lei. Vuoi abbracciarla, Guite, per la zia carmelitana e prendere la mia anima insieme con la tua per raccoglierti accanto alla tua piccola Sabeth? Se fossi ancora tra voi, come vorrei nutrirla, cullarla... che so io? Ma il buon Dio m'ha chiamata sulla montagna perché sia il suo angelo, perché l'avvolga di preghiera. Di tutto il resto faccio con gioia sacrificio a lui per la tua piccola: in fondo per il mio cuore non ci sono più distanze e sono così vicina a voi. Lo senti, non è vero? Vedo che il buon Dio esaudisce le preghiere delle sue carmelitane perché la bambina e la mamma stanno così bene. La nostra reverenda Madre è stata felicissima delle notizie che la mia buona mamma le ha inviato oggi. Sono certa che S. Giuseppe compirà l'opera sua e tu potrai allattare la tua diletta creatura: prego tanto secondo questa intenzione perché so quanto ti è cara!... se tu sapessi come sono commossa al pensiero che tu sei mamma! Ti affido, te e il tuo angelo, a Colui che è amore. L'adoro insieme con voi e vi stringo a me sul suo cuore. La tua Elisabetta della Trinità" (lettera 163 di marzo 1904).

Quando la sorella diede alla luce la seconda bambina scrisse:
"Mia cara Guite, abbiamo cantato l'Alleluia e così la reverenda Madre mi permette di venirti a dire al più presto quanto mi unisca alle tue gioie materne: sono così contenta di essere zia una seconda volta, e soprattutto di una femminuccia, perché mi sembra, vedi, che l'unione esistente un tempo fra noi due, si vada perpetuando nel tuo dolce focolare ed io mi compiaccio che Elisabettina abbia una Odetta, come la zia Elisabetta aveva una Margherita. La nostra cara Madre, che s'interessa tanto a te, era felicissima di darmi la grande notizia e m'incarica di dirtelo... Durante questa grande settimana, ho portato dappertutto la tua anima insieme con la mia, soprattutto durante la notte del Giovedì Santo, e poiché non potevi andare tu da Lui, gli ho detto di venire Lui da te. Nel silenzio dell'orazione ripetevo piano piano alla mia Guite queste parole che il Padre Lacordaire rivolgeva a S. Maddalena allorché essa cercava il Maestro nel mattino della Resurrezione: «Non lo domandate più a nessuno sulla terra, a nessuno nel cielo, perché lui è la vostra anima e la vostra anima è lui!». Oh sorellina, come benedice Dio il tuo piccolo nido, come ti ama affidandoti queste due animucce «che egli ha scelte in Gesù, prima della creazione, perché fossero sante e senza macchia al suo cospetto nella carità» (S. Paolo). Sei tu che devi orientarle verso di Lui e serbarle tutte sue.
T'incarico, Guite, di dire a Giorgio la ripercussione che ha nel mio cuore ogni vostra gioia di cui rendo grazie al "Dio dal quale viene ogni dono perfetto". Addio in Lui, mammina. Mi raccolgo con te accanto alle piccine: ciascuna di loro ha, accanto a sé, il suo bell'angelo che vede la faccia di Dio. Chiediamogli che ci rapisca in Lui e ci stabilisca nel suo amore. Ti ricopro della mia tenerezza e della mia preghiera insieme con i tuoi due tesori. Sono lieta di vedere Elisabettina. Dille che dia un bacio alla nonna per la zia. Invio a Odetta un medaglia che ha toccato il miracoloso Gesù Bambino di Beaune. È di rame, perché io sono una povera carmelitana. Potrai metterla alla sua culla affinché Dio, che ama tutti i piccoli, la benedica e la protegga. Suor M. E. della Trinità" (lettera 193 del 23 aprile; 1905). In una visita che la sorella fece al monastero con le sue bambine Elisabetta la invitò a baciare sul petto le sue creature, perché tempio di Dio, abitazione della Santissima Trinità. Sentimenti di affetto umano e soprannaturale si intrecciarono nei suoi rapporti con chiunque: 287 lettere ne danno un'ampia testimonianza.
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MessaggioTitolo: Re: CENTENARIO della morte della BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA   Ven 27 Ott - 15:23

Nel 1904, tre anni dopo il suo ingresso nel monastero di Digione, ella scrisse a Francesca De Sourdon: "La vita del Carmelo è una comunione con Dio dal mattino alla sera e dalla sera al mattino. Se non fosse lui a riempire le nostre celle e i nostri chiostri come tutto sarebbe vuoto! Ma noi lo scorgiamo in tutto perché lo portiamo in noi, e la nostra vita è un cielo anticipato". Nel silenzio contemplativo, spoglia di attacchi terreni, la beata carmelitana camminava verso la comunione d’amore con il Dio trino, mirava a seppellirsi nel fondo della sua anima per perdersi "nella Trinità che ivi dimora" e trasformarsi in essa. Un’anima "rapita dalla grande visione del mistero dei misteri, da quella Trinità che fin d’ora è il nostro chiostro, la nostra dimora, l’infinito nel quale possiamo muoverci attraverso tutte le cose”.

Da un suo scritto, datato venerdì 24 febbraio 1899, rileviamo la conoscenza che lei aveva del male oscuro che l’aveva colpita, il morbo di Addison, e la trasformazione della sofferenza in sublimazione: “Poiché mi è quasi impossibile impormi altre sofferenze, devo pure persuadermi che la sofferenza fisica e corporale non è che un mezzo, prezioso del resto, per arrivare alla mortificazione interiore e al pieno distacco da sé stessi. Aiutami Gesù, mia vita, mio amore, mio Sposo”.
Gli anni dal 1900 al 1905 trascorsero tra alti e bassi della malattia; il 21 novembre del 1904 si offrì “come preda” alla Trinità con la celebre invocazione: “O mio Dio, Trinità che adoro”, uscita di getto dalla sua anima. “Mio Gesù, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa per il tuo cuore, vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti fino a morirne... O Fuoco divorante, Spirito d'amore, sopravvieni in me, affinché si faccia nella mia anima come una Incarnazione del Verbo, ed io gli sia una umanità aggiunta in cui Egli rinnovi il suo mistero”. Il desiderio si realizzò pienamente. «L'umanità aggiunta» consumava nel martirio e nell'oscurità il sacrificio di Gesù stesso.
Nel 1905 si manifestarono i primi gravi sintomi della malattia: l’impossibilità di nutrirsi, di bere, l’astenia, i forti dolori gastro-intestinali, le cefalee, l’insonnia la relegarono in un letto in breve tempo, con un corpo sempre più scheletrito, mentre aumentava il martirio della fame, della sete, del sonno. Dentro questa situazione Elisabetta incontrò lo sguardo ammaliante di Gesù che l’avvolgeva al punto tale da annientarla fisicamente con la passione del Suo amore: "per la natura, talvolta, questo è penoso e ti assicuro che se io mi fermassi qui sentirei la mia vigliaccheria nella sofferenza… Ma questo è lo sguardo umano… la fede mi dice che è l’amore che mi distrugge, che mi consuma lentamente, e la mia gioia è immensa". Viveva il suo martirio come una grazia e un dono, senza ripiegarsi su di sé. Con lo sguardo ai suoi «Tre», dai quali aveva forza e coraggio, e col cuore spalancato sul mondo e sulla Chiesa. Fu udita, dopo una crisi violenta, esclamare: “O Amore, Amore! Consumami per la tua gloria. Che essa possa dilatarsi a goccia a goccia per la tua Chiesa”.

Nel 1906 la situazione precipitò; le crisi si susseguivano opprimendola e soffocandola, mentre le viscere davano la sensazione di essere dilaniate da bestie feroci; non riusciva ad assumere né cibo né bevande, ciò nonostante non smise mai di sorridere.
"Il mio Sposo mi ha fatto capire che è lì la mia vocazione in terra d’esilio, in attesa di cantare il Sanctus eterno nella Città dei santi". Da allora Elisabetta si firmò addirittura in latino: "Laudem gloriae". Questa espressione dell'inizio della Lettera di San Paolo agli Efesini l'aveva colpita e affascinata. Vi aveva visto un suo «nome nuovo», quello della pienezza. Un nome che comportava una missione di partecipazione al mistero della passione e della morte di Colui che fu la «grande lode di gloria al Padre», il «Cristo crocifisso per amore». Così, a occhi chiusi, senza ragionare né chiedersi perché, Suor Elisabetta della Trinità si gettò con fede e amore nel «folto della croce». Accettò tutto con il sorriso e l’abbandono alla volontà di Dio, diventando veramente “lode di gloria della Trinità”, cioè un'anima "che adora sempre e, per così dire, è tutta trasformata nella lode e nell'amore, nella passione della gloria del suo Dio". Questo orientamento spirituale, fondato sulla convinzione di fede dell'inabitazione divina, fu la grazia della sua vita che l'accompagnò negli ultimi anni, fortificandola e sostenendola nel periodo di martirio che la doveva "configurare alla morte di Gesù, trasformarla in Lui crocifisso", per la gloria del Padre e per la Chiesa. "Mi sembra che in Cielo la mia missione sarà quella di attirare le anime, aiutandole ad uscire da se stesse per aderire a Dio can un movimento spontaneo e pieno di amore, e di tenerle in quel grande silenzio interno che permette a Dia d'imprimersi in loro, di trasformarle in se stesso".

Proclamò ciò che chiamava "il segreto della felicità": si trattava dell’intimità con Dio. “Come vorrei dire a tutte le anime quali sorgenti di forza, di pace e anche di felicità troverebbero se acconsentissero a vivere in questa intimità. Esse però non sanno aspettare. Se Dio non si comunica loro sensibilmente, abbandonano la sua santa presenza e, quando egli arriva carico di doni, non trova nessuno. L'anima è al di fuori, nelle cose esteriori, non abita più nel proprio intimo!”Ne era così convinta, che non smetteva di ripetere: "Egli è l’Amore, e vuole che noi viviamo in sua compagnia". "Vi lascio la mia fede nella presenza di Dio, del Dio Tutto - Amore abitante nelle nostre anime. Ve lo confido: è questa intimità con Lui al di dentro il più bel sole irradiante la mia vita".
"Credere che un Essere che si chiama Amore abita in noi ad ogni istante, di giorno e di notte, e che domanda solo di vivere in sua compagnia... Ricevere come proveniente direttamente dal suo amore ogni gioia, come ogni sofferenza... Questo contribuisce ad elevare l’animo al di sopra di ciò che accade, e lo fa riposare nella pace, nell’abbandono dei bimbi di Dio".

In quell’estate del 1906 obbedendo alla Priora, scrisse le sue meditazioni, frutto di quei mesi terribili, nell’ ”Ultimo ritiro di Laudem gloriae” e nel “Come trovare il cielo sulla terra”. La progressione del male ormai la consumava e scrivendo alla madre, diceva: “Il Padre mi ha predestinata ad essere conforme a "Suo Figlio crocifisso; il mio Sposo vuole che io gli sia una umanità aggiunta nella quale Egli possa soffrire ancora per la gloria del Padre e per aiutare la Chiesa. Questo pensiero mi fa tanto bene. Egli ha scelto la tua figlia per associarla alla grande opera della Redenzione, l'ha segnata col sigillo della Croce, e su di essa soffre come un prolungamento della Passione”. Occorreva "Restare immobili e silenziose presso il Divin Crocifisso ad ascoltarlo e penetrare tutti i suoi segreti", identificarsi con Lui. "In realtà, nella nostra cara solitudine, vivendo a contatto continuo con Dio, vediamo ogni cosa nella sua luce, la sola vera, e questa luce ci mostra che il dolore, sotto qualsiasi forma ci si presenti, è il più grande pegno che Dio possa dare alla sua creatura": il dolore è un pegno d’amore. "Sono tutta presa dalla Passione e quando si vede tutto ciò che egli ha sofferto nel cuore, nell’anima, nel corpo, si sente come il bisogno di ricambiargli tutto questo: sembra che si desidererebbe soffrire tutto quello ch’egli ha sofferto. Non posso dire di amare la sofferenza in se stessa, ma l’amo perché mi rende conforme a colui che è il mio Sposo e il mio amore. Oh vedi, questo mette nell’anima una pace così dolce, una gioia così profonda, e si finisce per riporre la propria felicità in tutto quanto ci contraria".

Parlava comunque e stranamente di gioia; eppure al martirio del corpo si era aggiunto quello dello spirito. Notte e tenebre. Oscurità e spasimi. ”Se nostro Signore mi offrisse la scelta tra la morte in un'estasi o nell'abbandono del Calvario”, scriveva, “le mie preferenze sarebbero per questa seconda forma, non per il merito, ma per glorificarlo e rassomigliargli. Ho l'impressione che il mio corpo sia sospeso e che la mia anima sia nelle tenebre; ma è l'Amore che opera questo. Io lo so, e nel mio cuore ne giubilo. Se fossi morta nello stato nel quale la mia anima si trovava in altri tempi, sarebbe stato troppo dolce. E' nella pura fede che me ne vado, e lo preferisco. Così rassomiglio di più al mio Maestro e sono maggiormente nella verità”. Se chi la vedeva diceva di vedere in lei anche fisicamente l’immagine del Crocifisso, non sospettava che nella sua anima, come in quella del Salvatore del Getsemani e del Calvario, ci fosse l'agonia dell'abbandono, della solitudine, del vuoto. E, a un tale grado, da spingerla, interiormente, anche verso la tentazione del suicidio, superata nella fede dell’amore per Cristo.

Elisabetta era sorretta dalla splendida intuizione della beata Angela da Foligno: "dove dunque abita Cristo, se non nel dolore?". Per questo, quando intorno a lei era oscurità e tenebre, guardava il cielo. E per fortificare le certezze della speranza, si appoggiava alla Vergine Immacolata - "la grande lode di gloria della Trinità". Aveva sempre tanto amato la "Vergine dell'Incarnazione", l'umile creatura di fede che «vive al di dentro», in contemplazione dei Tre e in ascolto contemplativo della Parola. Aveva guardato a lei nell'ora in cui era stata chiamata a salire il Calvario, chiedendoLe di insegnarle a soffrire in silenzio, per amare, in comunione can Cristo e con la Chiesa. Ora, mentre la «visione» sembrava affacciarsi tra le ombre della notte, si sentì spinta a guardare a Maria «Ianua Caeli». Ella doveva aiutarla a dire "sì" ai «Tre» fino alla fine. Doveva introdurla nell'oceano dell'Amore: “Quando. avrò detto il mio «Consummatum est» sarà lei, «Ianua Coeli», che m'introdurrà in cielo... Sarà la Vergine, questo essere luminoso e puro della purezza di Dio, che mi prenderà per mano e m'introdurrà in cielo”.

Il giorno della Solennità dell’Ascensione del 1906, Elisabetta, "l’abitazione di Dio", fu invasa dalla presenza della Trinità: visse fino alla morte ospitando al suo interno le tre Persone divine in un continuo ‘Consiglio d’amore’ tra loro.
Il morbo ebbe un decorso piuttosto lungo e doloroso, verso l’autunno sembrò avviarsi verso la fine; giunto il 1° novembre parve giunta l’ultima ora estrema e in quel giorno disse le sue ultime considerazioni: “Tutto passa! Alla sera della vita resta solo l’amore. Bisogna fare tutto per amore…”, poi per nove giorni si prostrò in uno stato precomatoso; in un ritornare momentaneo della coscienza, fu udita mormorare, nel momento del suo ultimo sospiro, in uno slancio verso i “Tre”: “vado alla Luce, all’Amore, alla Vita”. La lode di gloria, configurata al Crocifisso per amore, finì di consumarsi il mattino del 9 novembre 1906, a soli 26 anni, consolata dalla grazia di aver vissuto gli ultimi mesi in comunione con i Tre.

Come Santa Teresa del Bambino, sua contemporanea, anche Elisabetta della Trinità fu una grande mistica. Umile, pura, ricca di intelligenza aperta a tutte le bellezze della grazia, della natura e dell'arte, alla scuola di S. Paolo, di S. Teresa d'Avila e di S. Giovanni della Croce, imparò la lezione dell’amore ai "Tre" - secondo l'espressione che le era cara - e insieme le leggi della corrispondenza a tale amore. Silenzio e raccoglimento, contemplazione illuminata del mistero Trinitario, docilità generosa alle minime ispirazioni, fedeltà incondizionata alla volontà di Dio nella sua vocazione carmelitana... la formarono ad una vita di dedizione che in breve raggiunse alta perfezione.

Pur essendo vissuta nel monastero poco più di cinque anni e di cui tre in una condizione di ammalata grave e irreversibile, quindi con pochi contatti con l’esterno, ella dopo morta godé subito di una fama di santità, che fece pensare ben presto alla sua glorificazione.
Per diversi motivi il primo processo informativo si ebbe negli anni 1931-41 a Digione e il 25 ottobre 1961 venne introdotta la causa. Il 12 luglio 1982 furono riconosciute le sue virtù vissute in modo eroico, dandole il titolo di venerabile; infine Papa Giovanni Paolo II l’ha beatificata il 25 novembre 1984.

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MessaggioTitolo: Re: CENTENARIO della morte della BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA   Ven 27 Ott - 15:27

« Troppo grande Amore »

Il Dio di Elisabetta della Trinità: verità di un amore che supera ogni attesa e ogni merito


L’ultimo lavoro di P. R. Fornara è questa antologia commentata di testi che permette un approccio significativo alla spiritualità di Elisabetta della Trinità.
Il filo conduttore di queste pagine è la sua esperienza di Dio come Amore infinito e immutabile, nello stupore adorante, schiacciato dalla misura “troppo grande” dell’amore divino, e nel desiderio di approfondire sempre più la “scienza della carità”, il dono di sé “sino alla fine”, che la consuma in una lenta malattia durante la quale scopre che il Dio - Amore abita anche la sua sofferenza.
I testi citati sono raggruppati in base a pochi versetti biblici significativi per la sua maturazione spirituale.
La presentazione dei singoli testi segue inoltre un criterio cronologico, lasciando intravvedere come ognuno di essi abbia plasmato l’animo e il cuore di Elisabetta.
E' semplicemente un invito parziale e limitato, certo, a lasciarsi stupire dal percorso di Elisabetta e, attraverso di lei, dal mistero dell’Amore infinito, che opera nel cuore di chi crede.



Il cuore dell’esperienza spirituale di Elisabetta della Trinità è la fede nel Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo, che abita nel cuore dell’uomo. Lo ha compreso fin dagli anni dell’infanzia, da quando la priora del Carmelo di Digione le ha rivelato una delle possibili etimologie del suo nome: “ casa di Dio ”. Elisabetta vive per esperienza la frase di Gesù ai suoi discepoli: « Se uno mi ama, custodirà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui » (Gv 14,23).
Che cosa significa per lei credere nel mistero della Trinità? Significa soprattutto credere in un Dio personale che è - nella sua intima essenza - relazione d’amore.
Elisabetta ama e cita spesso la frase della prima lettera di Giovanni: « Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui » (l Gv 4,16). Il suo programma di vita diviene il desiderio di vivere «senza sosta, attraverso ogni cosa, con Colui che abita in noi e che è Carità» (L 179). « Sii il suo paradiso - scrive alla sorella Guite - in quel paese in cui Egli è così poco conosciuto, così poco amato, apri il tuo cuore quanto più ti è possibile per ospitarlo, e poi lì, nella tua celletta, ama, mia Guite!... Egli ha sete d’amore... » (L 210).
Dio ha sete d’amore. Ma prima di mettersi in gioco nella prospettiva dell’amore, prima di qualsiasi impegno concreto nella via dell’amore operoso, viene la scoperta dell’amore divino che precede sempre: « noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi ». Essere figli è fidarsi, credere di essere amati.
Nell’attesa dell’incontro pieno e definitivo con Colui che amiamo, « crediamo all’amore con san Giovanni » (L 239).
La carmelitana è chiamata a viverlo e a testimoniarlo in un modo del tutto particolare: « Io credo che la carmelitana attinga (...) la sua felicità a questa sorgente divina: la fede. Crede, come dice san Giovanni, “ all’amore che Dio ha avuto per lei ”. Crede che questo stesso amore l’ha attirato sulla terra... e nella sua anima, perché Colui che si è chiamato la Verità ha detto nel Vangelo: “Rimanete in me, e io in voi ". Allora, in tutta semplicità, obbedisce al comandamento così dolce e vive nell’intimità con il Dio che dimora in lei, che le è più presente di quanto ella lo sia a se stessa. Tutto questo (...) non è frutto di sentimento o di immaginazione, è fede pura » (L236).
È una fede che deve attraversare e superare tutti gli ostacoli, tutte le avversità: « Credi sempre all’Amore, malgrado tutto ciò che passa. / Se talvolta Dio sonnecchia al centro del tuo cuore, / Non risvegliarlo, perché è un’altra grazia / Che la sua bontà prepara al suo piccolo fiore » (P93).
Credi sempre all’Amore è il titolo anche di un’altra sua poesia, composta nell’agosto 1905 (P95), che rinnova l’invito appassionato ad una fede pura e salda. Nulla, più della “ carità ” (la radice greca charis contenuta nel termine contribuisce a sottolineare la gratuità dell’amore di benevolenza e di misericordia), può realmente definire chi è Dio per noi.
È soprattutto nel corso del 1906, l’ultimo anno della sua vita terrena, l’anno della sofferenza e della malattia, che le citazioni sulla fede nel Dio - Amore si moltiplicano.
La fede incrollabile di Mosè, « come se vedesse l’invisibile » (Eb 11,27), diviene il simbolo e il modello della fiducia in un « amore troppo grande », conosciuto e accolto (UR 10). Noi abbiamo creduto alla carità di Dio per noi, intitola una poesia per la priora, che compone ormai nell’infermeria del monastero: « Nel seno stesso dei Tre dove tutto è puro e bello / “ l’agnellino ”, [cioè Elisabetta stessa] ha potuto raccogliere un magnifico regalo. / Nel grande Cuore del Padre orientato su di te, / Vedevo risplendere una freccia ardente, / E il mio Verbo adorato, volgendo gli occhi su di me, / Sembrava ritirarla dalla fornace ardente. / Poi, consegnandomela come un “ pegno d’amore ”, / Perché ad ogni istante la tua anima vi possa credere: / “ Ritorna ”, mi disse, al soggiorno terrestre, / Dille “ che è amata ”, o Lode di gloria » (P 98). Verso la fine del mese di aprile, scrive quasi come in un testamento alla sorella: « ti lascio la mia devozione per i Tre, all’Amore » (L 269). “ Amore ” è il vero nome della Trinità « in charitate, cioè in Dio, Deus Charitas est... » (UR 6), tutte le pagine dedicate al mistero dell’inabitazione trinitaria convergono verso questo centro e questa pienezza di senso. Nella stessa lettera aggiunge il suo invito pressante: « Credi sempre all’Amore. Se ti capita di soffrire, pensa che sei ancora più amata, e canta sempre il tuo grazie ».
Il Dio rivelato in Gesù Cristo, infatti, « è un Dio d’amore; non riusciamo a capire fino a che punto ci ama, soprattutto quando ci mette alla prova » (L 267). «... Anche quando non lo sentiremo, [scrive più tardi] crederemo (...) alla sua azione che è tutta amore » (L 301). Conoscere l’amore di Dio per noi e credere a questo amore: « ecco qui il grande atto della nostra fede; è il mezzo di rendere al nostro Dio amore per amore; è il segreto nascosto (Col 1,26) nel cuore del Padre, di cui parla san Paolo, che noi finalmente penetriamo, e tutta la nostra anima trasalisce!» (fin qui la citazione a memoria di una lettera ricevuta da p. Vallée).
Quando essa sa credere a questo “ troppo grande amore ” (Ef 2,4) che è su di lei, si può dire come è detto di Mosè: « Era incrollabile nella sua fede come se avesse visto l’Invisibile » (Eb 11,27). « Non si ferma più ai gusti, ai sentimenti; poco le importa di sentire Dio o di non sentirlo; poco le importa se Egli le dona la gioia o la sofferenza: essa crede al suo amore. Più è messa alla prova più la sua fede si ingrandisce, perché essa attraversa per così dire tutti gli ostacoli per andare a riposarsi nel seno dell’Amore infinito, che non può fare che opere d’amore » (CF 20).
Questa convinzione si dilata in lei fino a punto da lasciarla come un testamento spirituale, scrivendo - a poche settimane dalla morte - le due lettere seguenti: « ...è ciò che ha fatto della mia vita (...) un Cielo anticipato: credere che un Essere che si chiama l’Amore abita in noi ad ogni istante del giorno e della notte e che ci chiede di vivere in società con Lui, ricevere allo stesso modo come procedenti direttamente dal suo amore ogni gioia, come ogni dolore; questo innalza l’anima al di sopra di ciò che passa, di ciò che stritola, e la fa riposare nella pace » (L 330).
« ... Le lascio la mia fede nella presenza di Dio, del Dio tutto Amore che abita nelle nostre anime. Glielo confido: è questa intimità con Lui “ al di dentro ” che è stata il bel sole che ha irradiato la mia vita, facendone già come un Cielo anticipato; è ciò che mi sostiene oggi nella sofferenza » (L 333).
Di fronte alla scoperta di questo Dio, la persona deve porsi in un atteggiamento di stupore adorante. Lo testimonia nei suoi scritti la frequenza e la partecipazione con cui cita l’espressione paolina di Ef 2,4, un inciso riferito al Dio “ ricco di misericordia ”. Più che questa espressione, però, le sta a cuore la misura dell’amore divino. Il testo greco di san Paolo parla letteralmente del “ grande amore ” di Dio, ma la traduzione latina della Vulgata, rendendo l’espressione con propter nimiam caritatem, apriva la strada ad un’interpretazione ancora più larga, comune ai tempi di Elisabetta: il latino parla di un amore “ eccessivo ” (nimiam), “ smisurato ”. È, appunto, il linguaggio dello stupore adorante, che riconosce il carattere gratuito, immeritato, inatteso e insperato di questo amore. La fede ci porta ad abitare fin d’ora in un mondo soprannaturale e divino, «... sotto l’abbraccio del Dio tutto Amore! La sua carità, la sua “troppo grande carità” per usare ancora il linguaggio del grande apostolo, ecco la mia visione sulla terra. (...) capiremo mai quanto siamo amati? » (L191).
Per Elisabetta della Trinità i passi non fatti nel cammino della vita spirituale, le infedeltà, i ripiegamenti, le omissioni nascono semplicemente dal non aver scoperto - con la “ scienza dei santi ” - o dal non tener presente la profondità e la ricchezza dell’amore di Dio.
La carmelitana ne può parlare per esperienza; così scrive in conseguenza di un ritiro dell’autunno 1904, in cui ha meditato su questi temi: « Sì, è vero ciò che dice san Paolo, “ Ha troppo amato ”, troppo amato la sua piccola Elisabetta.
Ma l’amore chiama l’amore ed io non chiedo più nient’altro al buon Dio se non di capire quella scienza della carità di cui parla san Paolo (Ef 3,18-19) e di cui il mio cuore vorrebbe scandagliare tutta la profondità. Sarà il Cielo, (...) ma mi sembra che lo si possa già cominciare sulla terra, poiché lo si possiede, Lui, e poiché attraverso ogni cosa si può rimanere nel suo amore » (L 219).
La fede nell’amore eccessivo ha per lei un taglio esperienziale: è nella propria vocazione, negli eventi della propria vita che Elisabetta rilegge la verità di un Amore che supera ogni attesa ed ogni merito.
E questa lettura teologale raggiunge il proprio apice di fronte alla realtà della sofferenza: « Quando una grande sofferenza o un piccolissimo sacrificio ci si presenta, oh, pensiamo immediatamente che “ è la nostra ora ”, l’ora in cui dimostreremo il nostro amore a Colui che ci ha “ troppo amato ”, dice san Paolo » (L 308).

./..


Ultima modifica di il Ven 27 Ott - 15:30, modificato 1 volta
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MessaggioTitolo: Re: CENTENARIO della morte della BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA   Ven 27 Ott - 15:28

continuazione:

« O Verbo eterno... »

Il Dio che parla ad Elisabetta della Trinità


Nella celebre Elevazione alla SS.ma Trinità, Elisabetta si rivolge a Cristo con queste parole: «O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarti, voglio farmi tutta ammaestrabile, per imparare tutto da te [...] voglio fissarti sempre... ». Non sono espressioni casuali.


È il suo modo privilegiato di guardare al Figlio. Se Teresa di Gesù Bambino si lascia plasmare dai vangeli sinottici, per cui la sua comprensione del Figlio è relativa alla sua umanità, alla sua divinità, alla sua sponsalità (elementi tutti che non sono affatto estranei alla mistica di Digione), per Elisabetta c’è una sfumatura specifica, particolare. Si lascia condurre piuttosto dalla cristologia giovannea, per cui il Figlio è soprattutto il Verbo, la Parola, il Rivelatore dei segreti del Padre. Pur senza rinnegare gli altri modi di guardare sia all’umanità, sia alla divinità di Gesù, è possibile affermare che questo modo di guardare al Figlio sia caratteristico della giovane carmelitana.

Già negli anni giovanili, nella vita laicale, partecipando ad esempio alla grande missione popolare predicata dai padri redentoristi a Digione, oppure fortificandosi nella fedeltà all’orazione quotidiana davanti al Santissimo Sacramento, Sabeth Catez descrive i «cuore a cuore» durante i quali Gesù e la sua giovane innamorata si parlano:

«Oh! che meraviglia le tre giornate che ho appena trascorso! La sera facevo una buona mezz’ora di adorazione al Santissimo Sacramento prima dell’ufficio delle 20,00; chi potrebbe descrivere la dolcezza di quei cuore a cuore durante i quali si crede di non essere più sulla terra, e non si vede, non si sente altro che Dio! Dio che parla all’anima, Dio che le dice delle cose così dolci, Dio che le chiede di soffrire! Gesù, infine, che desidera un po’ di amore, per essere consolato!...»(D Cool. E ancora: «In tutti questi giorni la sera vado a fare una visitina al Santissimo Sacramento. Che momento delizioso passo accanto al mio Diletto! Lascio andare il mio cuore alle più dolci effusioni, mi sorprendo a dire mille follie a questo Sposo divino; ma Egli ama questo abbandono, questo cuore a cuore. Poi ascolto la sua voce tanto dolce che mi parla in fondo all’anima, che mi dà dei consigli premurosi, che mi prepara alla vita che seguirò presto»(D135). Se il punto di partenza è il desiderio di parlare a Dio, la situazione si capovolge immediatamente, lasciando il primato all’ascolto del Dio che parla.

Anche rileggendo - all’età di 18 anni - l’evento della sua prima comunione, non si lascia andare a sentimentalismi o a devozionalismi, ma lo rilegge come la prima parola di Dio alla sua anima: «Giorno benedetto, il più bello della mia vita, / Giorno in cui Gesù riposava in me, / Giorno in cui intesi parlare la sua voce /Proprio in fondo alla mia anima rapita» (P 47). Un’ esperienza che cresce, che matura, che si condensa soprattutto intorno allo spazio della contemplazione silenziosa, l’unico luogo in cui Dio può parlare al cuore: «è proprio in questa solitudine che Egli parla al cuore» (L 156). Su un taccuino, già al Carmelo, annota una citazione: «Il linguaggio del Verbo è l’infusione del dono», e commenta in proposito: «Oh sì, è proprio così che Lui parla alla nostra anima nel silenzio. Trovo che questo caro silenzio sia una beatitudine»(L 165).

Un’esperienza totalizzante, radicale, che richiede l’attenzione della mente e del cuore:

«Quando sento parlare la tua voce, /0 Sposo mio, o mio buon Maestro, / Facendo silenzio in tutto il mio essere / Non sento, non vedo che te» (P67). Perciò Elisabetta non solo ascolta, ma desidera, invoca la Parola di Dio:

«Il Cielo sei tu, nella fede, il mistero! Dimmi tutto stamattina, oh! parlami del Padre, / Per sentire la tua voce saprò ben tacere » (P 77).

Una delle caratteristiche di questo parlare da parte di Dio sembra essere la semplicità dell’intuizione. Rievocando un ritiro vissuto dalla beata, la sua priora (madre Germana) racconta: «Durante questi giorni benedetti [...] il suo Maestro diletto le parlava [...], non in formule, ma aprendole nuovi orizzonti [...]. Le sarebbe stato difficile mettere per iscritto quanto riceveva da Dio in questa forma tanto profonda quanto semplice». E la protagonista stessa conferma:

«Quando il mio Maestro mi fa sentire questa parola in fondo all’anima...» (UR 25). Il Dio che parla le fa percepire la bellezza di una parola, la verità di un’affermazione. Le fa intuire un orizzonte infinito, le indica un sentiero da percorrere...

La presenza eucaristica o l’inabitazione trinitaria non sono gli unici luoghi sacramentali in cui Dio le parla. La celebrazione liturgica, ad esempio, con la ricchezza e la varietà dei tempi nell’anno liturgico, diviene un messaggio da interiorizzare: «Questa festa di Natale parla tanto all’anima» (L 39). Tutta la natura, poi, risvegliando in lei il gusto della bellezza, l’ampiezza degli orizzonti infiniti, il senso dell’armonia, il rimando al Creatore, è una parola eloquente di Dio per lei. Nelle lettere dal Carmelo vi ritorna spesso, relativizzando nello stesso tempo quell’esperienza: «Amavo tanto quelle montagne che mi parlavano di Lui. Ma, vedete, mie care, gli orizzonti del Carmelo sono ancora più belli, è l’Infinito!...» (L 87).

Per scoprire la parola di Dio nella natura, non è sufficiente, del resto, uno sguardo semplicemente estetico: «Mi sembra lontanissimo il tempo in cui ci arrampicavamo su per le montagne. Mi ricordo la bella vista dalla nostra camera!... Non trovi che quella natura parli di Lui? L’anima ha bisogno di silenzio per adorare...» (L 210). Sarà l’atteggiamento di Elisabetta nella malattia, quando la priora del monastero le consente di andare spesso all’aria aperta; la giovane malata commenta: «... così, invece di lavorare nella nostra celletta, mi sistemo come un eremita nell’angolo più deserto del nostro grande giardino, dove passo ore deliziose.

Tutta la natura mi sembra così piena di Dio: il vento che soffia tra i grandi alberi, gli uccellini che cantano, il bel cielo azzurro, tutto questo mi parla di Lui» (L 236).

Alla zia scrive: «Oh, com’era bella, zietta mia, questa piccola valle alla luce delle stelle, quell’immensità, quell’infinito, tutto mi parlava di Dio... Non dimenticherò mai quelle vacanze passate da voi, saranno sempre tra i miei ricordi migliori, e voi nella parte migliore del cuore (...) Quanto a me ho trovato il mio Cielo sulla terra in questa mia cara solitudine del Carmelo dove sono sola con Dio solo. Faccio tutto con Lui, come anche affronto tutto con una gioia divina; sia che spazzi, sia che lavori o sia in orazione, tutto trovo bello e delizioso, perché vedo dappertutto il mio Maestro!» (L 139).

«Vedere dappertutto il Maestro» è - nella vita della carmelitana - la garanzia di cogliere nella verità la sua parola esigente e attuale: «Nel silenzio e nella solitudine qui si vive sole con Dio solo, qui tutto parla di Lui, ovunque lo si sente tanto vivo, tanto presente» (L 142). Proprio perché «tutto parla di Lui» si possono unificare gli sforzi del cammino spirituale e non vi è più frattura tra tempi sacri e tempi profani, tra preghiera e lavoro, tra esperienze gratificanti, gioiose e sofferenze.

Man mano che progredisce la malattia, infatti, la sofferenza stessa - accolta con amore - diviene parola di Dio per lei. È una parola che le dischiude gli orizzonti della beatitudine eterna: «La Beatitudine mi attira sempre di più: tra il mio Maestro e me non si parla d’altro, e tutta la sua occupazione è di prepararmi alla vita eterna» (L 306); «... tutto mi parla della mia partenza per la Casa del Padre; sapesse con quale gioia serena attendo il faccia a faccia» (L 293); «... il mio Maestro mi incalza, non mi parla che dell’eternità di amore. E così grave, così serio; vorrei vivere pienamente ogni minuto».

«Non ho la forza e il permesso di scrivere a lungo, ma lei conosce la frase di san Paolo: “la nostra conversazione è nei Cieli”»(Fil 3,20). «Sorellina amata, viviamo di amore per morire di amore e glorificare il Dio tutto Amore» (L 335). Quando è chiamata a confrontarsi anche con la sofferenza altrui, la carmelitana sa di non poter consolare con le proprie parole, ma di essere chiamata a lasciar parlare Dio: «Oggi condivido tutto il suo dolore; può indovinare tra queste righe quello che il mio cuore non può dirle. Di fronte a prove simili solo il buon Dio può parlare, perché è Lui il Consolatore supremo!» (L 195). Spiega infatti: «Mi sembra che in tali ore solo il Maestro possa parlare, lui il cui Cuore così divinamente amante «si turbò» al sepolcro di Lazzaro» (cf Gv 11,33) (L200).

Negli ultimi anni della vita in monastero la grande mediazione della Parola divina diviene la lettura orante della Scrittura. La monaca di Digione vive un cammino quotidiano e fedele di lectio divina, non in modo razionale, ma contemplativo e orante. Si lascia ammaestrare dalla Parola di Dio, anche se certe scoperte nascono in lei prima di incontrare la conferma definitiva nella Scrittura.

Le Lettere, gli Ultimi ritiri, alcune Note intime sono intessuti di citazioni bibliche. Alcune volte le attinge dalla predicazione che ascolta, altre volte dalle opere che legge, molte volte dalla liturgia, spesso dal contatto diretto, soprattutto con gli scritti giovannei e con le lettere di Paolo. «Voglio passare la mia vita ad ascoltarti, voglio farmi tutta ammaestrabile» - così si esprime nell’Elevazione - significa concretamente il desiderio di compiere questo cammino quotidiano di lectio divina nell’ascolto orante della Parola, cogliendo che il centro della Regola carmelitana consiste proprio nel meditare giorno e notte la legge del Signore.

Nel suo breviario conserva un’immagine di Teresa di Gesù Bambino all’arpa (dipinta dalla sorella Celina), con una strofa di una poesia della santa, che contiene l’espressione «Parola del mio Dio»: un’immagine e un’espressione che può vedere e contemplare quotidianamente.

Quando accosta la lettura biblica, soprattutto quella evangelica, ha la coscienza viva di trovarsi di fronte al Cristo che le parla personalmente. Si incontrano così nei suoi scritti espressioni come queste: «Quando Gesù parlava alla samaritana...» «un giorno parlò alla Maddalena...» «parlando ai suoi discepoli...». Oppure, in modo ancor più personale e attualizzante: «...Gesù ci dice... » «san Paolo ci parla... »

Allo stesso tempo, Elisabetta è cosciente di trovarsi di fronte ad una parola efficace e autorevole, come manifesta il suo commento ad una citazione, appena riportata, della prima lettera ai Corinzi: «È san Paolo che parla così, possiamo crederci »(L 249).


(Maggiori dettagli nel libro: R. Fornara, Dio è amore. Percorso biblico con Elisabetta della Trinità, Edizioni OCD, Roma Morena 2006).
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Jean
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MessaggioTitolo: Re: CENTENARIO della morte della BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA   Ven 27 Ott - 15:29

La dimora interiore

Un’altra caratteristica del movimento di unificazione interiore e di pacificazione totale, è il fatto che esso non significa semplicemente non uscire da questa abitazione, ma entrarvi più addentro, andare sempre più in profondità.
Questo desiderio viene espresso esplicitamente: «che niente possa turbare la mia pace, né farmi uscire da te, o mio Immutabile, ma che ogni minuto mi porti più lontano nella profondità del tuo Mistero».
Dunque ogni attività, ogni esperienza, ogni minuto che le viene donato è una chiamata, un possibilità per entrare sempre più in profondità nel mistero di Dio. La strada che le si apre davanti la conduce a scavare sempre di più, ad allargare gli spazi interiori dell’amore che si dona. E nello stesso tempo chiede di poter essere il cielo di Dio, la sua dimora, il luogo del suo riposo.
Quando nel testo francese si trovano il sostantivo demeure o il verbo demeurer, tali ricorrenze sottintendono la risonanza interiore di un testo evangelico, che la giovane monaca ha meditato e contemplato a lungo: le espressioni sul “rimanere” di Gv 15 (in francese il vangelo usa espressamente il verbo demeurer, “abitare”, “dimorare”, “rimanere”).
Elisabetta della Trinità vuole abitare costantemente questo santuario interiore, desidera renderlo una casa accogliente ed ospitale in cui il Dio uno e trino possa trovarsi a casa propria. In questo luogo interiore, in queste profondità del cuore, abitato dalla Presenza divina, è necessario rientrare costantemente per offrire il dono della propria compagnia ed amicizia: «che io non ti ci lasci mai solo, ma che sia là tutta intera».
Abitare questo tempio non significa semplicemente vivere con il pensiero e con la mente alla presenza di Dio, nel fondo della propria anima, ma anche lasciare che i movimenti del proprio cuore battano all’unisono con il cuore di Dio, uniformare la propria volontà alla sua volontà. La sua volontà è che rimaniamo profondamente uniti a Lui, che lo seguiamo con fedeltà. Paradossalmente, l’essere «immobile e quieta» non significa rimanere ferma, statica, ma in continua tensione, pronta a seguire ogni movimento di Dio. Dunque la preghiera non è un’esperienza alienante, ma un rimando ulteriore alla vita concreta, alla quotidianità, all’essere tutta intera nella volontà divina, là dove si trova il Figlio, che fa della volontà del Padre il suo nutrimento.

C’è poi un’espressione molto bella: «Tutta desta nella mia fede...» non nell’estasi del sentimento, ma nella fede pura. Anche questo è un tema ricorrente negli scritti di Elisabetta della Trinità.
Valga come esempio la lettera alla mamma dell’agosto 1905: «Credo che la carmelitana attinga [...] tutta la propria felicità a questa sorgente divina: la fede. Crede, come dice san Giovanni, “all’amore che Dio ha avuto per lei”. Crede che questo stesso amore l’ha attirato sulla terra... e nella propria anima, poiché Colui che si è chiamato la Verità ha detto nel Vangelo: “Rimanete [demeurez] in me, e io in voi”. Allora, molto semplicemente, obbedisce al comandamento così dolce e vive nell’intimità con il Dio che abita [demeure] in lei, che le è più presente di quanto ella lo sia a se stessa.



" Paradossalmente,
l’essere
immobile e quieta
non significa
rimanere ferma,

statica, ma in
continua tensione,
pronta a seguire

ogni movimento

di Dio."



Tutto questo, mamma cara, non è sentimento o immaginazione, è fede pura».

Questa fede deve rimanere vigilante, attenta, desta; Elisabetta sa - come i discepoli nel Getsemani - di essere invitata dal Maestro a non lasciarsi vincere dal sonno. Sa che l’Amore la chiama continuamente a ridestarsi. Per questo chiede di poter essere sempre vigile, attenta, operosa nella propria fede, «tutta adorante, tutta abbandonata alla tua Azione creatrice». L’altro aspetto di questa unificazione e pacificazione interiore è costituito dal silenzio e dall’abbandono, cuore e fondamento della spiritualità carmelitana, come sottolinea ampiamente la Regola del Carmelo. Le espressioni finali di questo primo paragrafo chiedono appunto di poter essere aiutata a stabilirsi nel silenzio interiore e nell’abbandono fiducioso all’Amore che la chiama.

Il salmo 131 sintetizza questo atteggiamento di fiducia e di speranza, di silenzio interiore e di abbandono, con l’immagine del bambino pacificato che si addormenta in braccio alla madre.
Assumendo una espressione della stessa Elisabetta della Trinità, potremmo commentare la metafora del salmo dicendo che occorre essere così semplici con Dio: la semplicità dell’abbandono fiducioso, la semplicità di questo silenzio interiore, condizione fondamentale per poter vivere un’esperienza della Trinità.

Estratto dal volume R. FORNARA, Abitare la tua casa. Elevazione alla Trinità di Elisabetta della Trinità. Testo e commento, Ed. Monastero San Giuseppe, Roma 2005, in cui si troveranno maggiori dettagli e approfondimenti.
Per ordinazioni, rivolgersi a:
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Anna rita



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MessaggioTitolo: 9 novembre   Dom 9 Nov - 19:06

Vorrei fare memoria di nuovo anche oggi del dono ricevuto nella testimonianza di Elisabetta della Trinità.
Che questa Beata ottenga anche a noi di entrare sempre più nel mistero dell'"Amore troppo grande"
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Jean
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MessaggioTitolo: Re: CENTENARIO della morte della BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA   Lun 10 Nov - 2:53

Anna rita ha scritto:
Vorrei fare memoria di nuovo anche oggi del dono ricevuto nella testimonianza di Elisabetta della Trinità.
Che questa Beata ottenga anche a noi di entrare sempre più nel mistero dell'"Amore troppo grande"
Amen Amen
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MessaggioTitolo: Re: CENTENARIO della morte della BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA   

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CENTENARIO della morte della BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA
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