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 Scienza della Croce

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Jean
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MessaggioTitolo: Scienza della Croce   Ven 14 Apr - 22:52

Anna rita ha scritto:
sì, per favore. Puoi Spiegare meglio la scienza della Croce?
grazie anna rita

Per spiegare cos'è la Scienza della Croce, vorrei prima di tutto citare uno dei più belli capitoli mai scritti da san Giovanni della Croce:

Secondo libro della Salita del Monte Carmelo Capitolo 7

Ove si mostra quanto sia angusto il sentiero che porta alla vita eterna e quanto spogli e liberi debbano essere coloro che vogliono percorrerlo. S'incomincia a parlare della notte dell’intelletto.

1. Per trattare ora in modo adeguato dello spogliamento e della purezza delle tre potenze dell’anima sarebbero necessarie una mente e una scienza superiori a quelle che possiedo io, così da far capire alle persone spirituali quanto stretto sia questo cammino che, secondo le parole del Signore, conduce alla vita. Una volta persuase di questa verità, esse non si meraviglieranno del vuoto e della nudità in cui devono lasciare le potenze dell’anima durante questa notte.

2. A tale proposito è opportuno considerare le parole del Signore riportate in san Matteo circa questo cammino: Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita e quanto pochi sono quelli che la trovano! (Mt 7,14). Occorre notare che all'autorità di queste parole si aggiunge l'efficacia intensiva contenuta nella particella "quanto". È come se il Signore volesse dire: è davvero molto stretta, più di quanto pensiate!
Va inoltre osservato come egli in primo luogo affermi che stretta è la porta, il che permette di capire che per entrare in questa porta di Cristo, che è l'inizio del cammino, l'anima deve anzitutto mortificare e spogliare la sua volontà di tutte le cose sensibili e temporali, amando Dio al di sopra di tutto. Questo lavoro si compie nella notte dei sensi, di cui si è già parlato.

3. Subito dopo aggiunge che angusta è la via, cioè quella della perfezione. Con tale espressione vuol far capire che per avanzare nel cammino della perfezione l’anima non solo deve passare attraverso la porta stretta, privandosi dei beni sensibili, ma deve altresì mortificarsi, espropriarsi e sbarazzarsi completamente dei beni spirituali. Ciò che dice della porta stretta va, quindi, riferito alla parte sensitiva della persona, e a quella spirituale o razionale ciò che dice della via angusta. La causa, poi, dell’espressione: Pochi sono quelli che la trovano, va ricercata nel fatto che pochi sanno e vogliono entrare in questa estrema nudità e vuoto dello spirito. poiché questo sentiero verso il sublime «Monte della perfezione» sale verso l’alto ed è angusto, può essere percorso soltanto da viandanti che non portano pesi aggravanti la parte inferiore, cioè i sensi, né impedimenti che ingombrano quella superiore, cioè lo spirito. poiché si tratta di un impegno in cui si cerca e si raggiunge solo Dio, Dio solo va cercato e posseduto.

4. Da ciò risulta chiaro che l'anima deve sbarazzarsi non solo di ogni affezione verso le cose create, ma deve altresì essere libera e distaccata dai beni riguardanti il suo spirito. Per istruirci e guidarci in questo cammino il Signore, nel vangelo di san Marco, c'insegna quella mirabile dottrina che è tanto meno praticata dalle persone spirituali quanto più è loro necessaria. Per questo motivo e poiché fa al nostro caso, la riporto tutta, spiegandone il genuino e spirituale significato. Il Signore afferma, dunque, così: Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà (Mc 8,34-35).

5. Oh!, chi potrà far comprendere, praticare e gustare tutta l'importanza di questo consiglio del nostro Salvatore? Egli chiede di rinnegare se stessi, affinché le persone spirituali vedano quanto il modo di comportarsi in tale cammino sia diverso da quello che molte di loro immaginano. Alcune, infatti, pensano che basti una qualsiasi forma di ritiro o di riforma della vita; altre si limitano a esercitarsi in qualche modo nella virtù, nella pratica dell’orazione e della mortificazione, ma senza arrivare allo spogliamento e alla povertà, all'abnegazione e alla purezza spirituale - che sono un tutt'uno - consigliàtici qui dal Signore. Si preoccupano, infatti, più di nutrire e ricoprire la loro natura di consolazioni e sentimenti spirituali che di spogliarla e privarla di ogni conforto per amore di Dio. Pensano che basti mortificarla nei piaceri del mondo e non che debba essere annientata e purificata anche nella parte spirituale. Avviene dunque che, quando si presenta loro l'opportunità di compiere un atto di virtù solido e perfetto, come l'annullamento di ogni soavità in Dio, la permanenza nell'aridità, nelle avversioni, nelle sofferenze - cose in cui consiste la pura croce spirituale, la nudità e la povertà di spirito del Cristo -, tali persone rifuggono tutto questo come se fosse la morte e vanno solo in cerca di dolcezze e soavità nei rapporti con Dio. Ma questo non è rinnegare se stessi né nudità di spirito, bensì golosità spirituale! Agendo così, esse si rendono nemiche della croce di Cristo (Fil 3,18), perché il vero spirito cerca nel Signore più l'amaro che il dolce, propende più per la sofferenza che per la consolazione, più per la mancanza di ogni bene per amore di Dio che per il possesso, più per le aridità e le afflizioni che per le dolci comunicazioni, sapendo che questo significa seguire Cristo e rinnegare se stessi; il resto, invece, è cercare se stessi in Dio, cosa molto contraria all'amore. Infatti, cercare se stessi in Dio significa ricercare i doni e le consolazioni di Dio, mentre cercare unicamente Dio non è solo voler rinunciare a tutto per amore di Dio, ma essere propensi a scegliere per Cristo quanto di più disgustoso vi possa essere, sia da parte di Dio che del mondo. Questo è amore di Dio.

6. Chi potrà far comprendere fin dove il Signore vuole che arrivi questa rinuncia? Essa dev'essere, certamente, come una morte e un totale annientamento temporale, naturale e spirituale in relazione alla volontà, nella quale si opera ogni rinuncia.
Ciò è quanto intende dirci il Signore quando afferma: Chi ama la sua vita la perde (Gv 12,25), cioè: chi vorrà possedere qualcosa o ricercarla e tenerla gelosamente per se, la perderà. Ma chi avrà perduto la sua vita per causa mia) la troverà (Mt 10,39), cioè: chi per amore di Cristo rinuncia a tutto ciò che può desiderare e gustare, scegliendo ciò che più assomiglia alla croce - il Signore stesso nel vangelo di san Giovanni chiama quest'atteggiamento odiare la propria vita (Gv 12,25) -, costui la guadagnerà.
Tale è l'insegnamento che il Signore offrì a quei due discepoli che gli chiedevano di sedere alla sua destra e alla sua sinistra. Egli non diede loro alcuna speranza di raggiungere la gloria richiesta, ma offrì il calice, che egli stesso avrebbe bevuto, come la cosa più preziosa e più sicura su questa terra, piuttosto che il godimento (Mt 20,20-22).

7. Bere questo calice significa morire alla propria natura, spogliandola e mortificandola in tutto ciò che riguarda i sensi, come ho detto, e in tutto ciò che riguarda lo spirito, come ora dirò, cioè nel suo modo d'intendere, di gustare e di sentire, perché la persona possa camminare per lo stretto sentiero. Così non solo sarà liberata da ciò che viene dai sensi e dallo spirito, ma, in ciò che riguarda quest'ultimo, essa non inciamperà in nessun ostacolo lungo l'angusto cammino. Qui, infatti, c'è posto solo per l'abnegazione - come lascia intendere il Signore - e per la croce, il bastone cui appoggiarsi, che rende il cammino più facile e agevole. Per questo il Signore afferma nel vangelo di san Matteo: Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero (Mt 11,30). il giogo è la croce che l'uomo deve impegnarsi a portare, il che significa decidersi davvero a voler cercare e sopportare ogni sorta di fatiche per amore di Dio. Solo così troverà in esse grande sollievo e dolcezza nel percorrere questo cammino, privo di tutto, senza volere nulla. Se, invece, pretende di appropriarsi di qualcosa, proveniente da Dio o da altrove, non procede spoglio e distaccato da tutto e, pertanto, non potrà imboccare né percorrere questo stretto sentiero sino alla vetta.

8. Per questo motivo vorrei convincere le persone spirituali circa il fatto che questo cammino che porta a Dio non consiste nella molteplicità delle meditazioni, nei metodi, negli esercizi, nei gusti - sebbene tutto questo sia in qualche modo necessario ai principianti -, ma in una sola cosa indispensabile: nel saper rinnegare davvero se stessi, esteriormente e interiormente, offrendosi alla sofferenza per amore di Cristo e annientandosi in tutto. Esercitandosi in tali cose, si possono acquisire tutti quei beni e di più grandi; se, invece, si trascurano, siccome esse sono compendio e radice delle virtù, ogni altra pia pratica è dispersione inutile, anche se quelle persone abbiano meditazioni e comunicazioni pari a quelle degli angeli. In realtà, si fa progresso solo imitando Cristo, che è la via, la verità e fa vita;. nessuno viene al Padre se non per mezzo di me, come dice egli stesso nel vangelo di Giovanni (Gv 14,6). E altrove: lo sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo (Gv 10,9). Di conseguenza, non riterrei per buono quello spirito che volesse camminare attraverso dolcezze e agiatezze, e rifiutasse d'imitare Cristo.

9. Ho detto che Cristo è la via, e questa via è la morte alla nostra natura sia sensitiva che spirituale. Ora voglio far comprendere come questo avvenga in noi, a imitazione di Cristo nostro modello e nostra luce.

10. In primo luogo è certo che egli morì ai sensi, in modo spirituale, durante la sua vita, e fisicamente, alla fine della sua vita, poiché, come egli stesso afferma, in vita non aveva dove posare il capo (Mt 8,20) né tanto meno lo ebbe in croce.

11. In secondo luogo è certo che Cristo al momento della morte fu annientato anche nell'anima, quando fu lasciato senza conforto e sollievo alcuno,abbandonato dal Padre nella più profonda aridità affettiva. Allora egli sentì il bisogno di gridare: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27,46). Questo fu l'abbandono più desolante, a livello affettivo, da lui provato durante la sua vita. In esso, però, compì l'opera più grande di [tutta] la sua vita, quella che sorpassa i miracoli e ogni altro evento compiuto sulla terra e in cielo, cioè la riconciliazione del genere umano e la sua unione con Dio per mezzo della grazia. Come dico, tutto questo accadde nel tempo e nel momento in cui nostro Signore toccò il massimo dell’annientamento: nella stima degli uomini, che vedendolo morire, anziché apprezzarlo, si burlavano di lui; nella natura, per mezzo della quale si annientò morendo; nel sostegno e nel conforto spirituale del Padre, che in quella circostanza lo abbandonò, affinché pagasse interamente il debito e unisse l'uomo a Dio, lasciandolo annientato e ridotto quasi al nulla. Davide dice di lui: Ad nihilum redactus sum, et nescivi: Ero ridotto un niente e non capivo (Sal 72[73],22). Comprenda, perciò, l'uomo spirituale il mistero della porta e della via di Cristo per unirsi a Dio e sappia che quanto più per amor suo si annienterà, nelle sue parti sensitiva e spirituale, tanto più si unirà a Dio e più grande sarà la sua opera. Quando si sarà ridotto al nulla, avrà cioè raggiunto l'estrema umiltà, allora realizzerà la sua unione spirituale con Dio, che è lo stato più grande ed elevato al quale si possa pervenire in questa vita.
Tale unione non consiste, quindi, nelle gioie, nelle consolazioni o nei sentimenti spirituali, ma in una vera morte di croce, sensitiva e spirituale, cioè esteriore e interiore.

12. Non voglio dilungarmi oltre su questo argomento, anche se non smetterei mai di parlarne, perché vedo che Cristo è assai poco conosciuto da coloro che si considerano amici suoi. Li vediamo, infatti, cercare in lui dolcezze e consolazioni e amare molto se stessi, piuttosto che cercare le sue amarezze e la sua morte, segno di coloro che lo amano molto.
Parlo di quelli che si ritengono suoi amici, non degli altri che vivono lontani e separati da lui, grandi letterati, potenti e tutti gli altri che vivono là nel mondo, preoccupati di soddisfare le loro ambizioni e le loro manìe di grandezza, perché di costoro posso dire che non conoscono Cristo e che avranno una fine, per quanto buona, molto amara. Non parlo di loro in questo scritto. Di essi si parlerà nel giorno del giudizio, perché costoro soprattutto avevano il dovere di annunciare la parola di Dio, essendo stati da lui posti in alto dinanzi agli uomini per cultura e dignità.

13. Ora, però, parlo all'intelligenza dell’uomo spirituale, soprattutto di colui al quale Dio ha fatto il dono di elevarlo allo stato di contemplazione. Come ho già detto, ora parlo specialmente a queste persone, dicendo come devono indirizzarsi a Dio nella fede, purificando il loro intelletto da ciò che a lui è contrario e mortificandosi, per poter entrare in questo sentiero stretto della contemplazione oscura.
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Jean
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MessaggioTitolo: Re: Scienza della Croce   Ven 14 Apr - 23:07

Lo metto in Francese (se qualcuno vuol tradurlo)

Habiter le Golgotha

Tous les Saints, et les plus saints parmi eux ont habité la passion, car ils ont remarqué qu'elle contenait une densité et une puissance si nourrissantes pour la vie spirituelle qu'ils ont pris l'habitude, - si consolante d'ailleurs – d'habiter l'aire du Golgotha. Ils ont senti que le reste de l'Ecriture était plus dilué. Durant toute leur période de purification, ils ont vécu là. Ils ont tiré une force et un courage héroïques. Car le seul moyen d'avancer réellement et même rapidement dans la vie spirituelle, tous l'ont compris, c'est d'habiter la passion, de voir, de contempler tout ce que le Seigneur a fait pour eux et pour toute l'humanité. On voit bien chez sainte Thérèse de l'Enfant Jésus combien sa méditation du texte d'Isaïe a été le cœur de sa piété.


"... Ces paroles d'Isaïe : « Qui a cru à votre parole... Il est sans éclat, sans beauté... etc. » ont fait tout le fond de ma dévotion à la Sainte Face, ou, pour mieux dire, le fond de toute ma piété. Moi aussi, je désirais être sans beauté, seule à fouler le vin dans le pressoir, inconnue de toute créature..." (CJ 5.8.9)


Voyons d'abord le rythme même de la semaine. Toute semaine est en fait à l'image de la Semaine Sainte: nous partons du lundi pour monter vers la Résurrection. Mais en fait avant d'y arriver nous entrons, le jeudi soir dans ces moments d'angoisse du Seigneur et nous l'accompagnons jusqu'à sa mort, le vendredi à trois heure. Tous les mystiques (surtout les stigmatisés parmi eux) nous montrent ce chemin. Les plus proches de nous, les plus grands parmi les plus proches de nous, nous avons Padre Pio et Marthe Robin. Chacun d'eux pendant des années a vécu à ce rythme-là. C'est le rythme de l'humanité, et de la Rédemption et de son application sur la terre, dans le temps. Il faut entrer dans l'intelligence profonde du temps, des jours et de la semaine. C'est de cette manière que l'on peut le mieux accompagner le Seigneur et épouser son rythme. Vraiment, les mystiques, par leur vie, sont des témoins - étonnants par leur régularité à cet égard – de ce mouvement que suit la grâce pour nous nourrir. Pour profiter le plus de la grâce, il nous faut donc tacher le plus possible d'être présents au Seigneur surtout le jeudi et vendredi.

Les bienfaits que l'on tire de cette entrée en profondeur dans les grands mystères de l'agonie, de la passion et de la mort de Notre Seigneur sont immenses et puissants. Et en qualité et en quantité. De plus, ils nous font avancer rapidement dans la voie de l'amour et nous donnent un très grande force face à la souffrance et aux Croix. On semble alors changer complètement: on dévore les Croix et on les cherche presque.


"je sentis naître en mon coeur un grand désir de la souffrance et en même temps l'intime assurance que Jésus me réservait un grand nombre de croix ; je me sentis inondée de consolations si grandes que je les regarde comme une des grâces les plus grandes de ma vie. La souffrance devint mon attrait, elle avait des charmes qui me ravissaient sans les bien connaître. Jusqu'alors j'avais souffert sans aimer la souffrance, depuis ce jour je sentis pour elle un véritable amour. Je sentais aussi le désir de n'aimer que le Bon Dieu, de ne trouver de joie qu'en Lui. Souvent pendant mes communions, je répétais ces paroles de l'Imitation : « O Jésus ! douceur ineffable, changez pour moi en amertume, toutes les consolations de la terre !... » Cette prière sortait de mes lèvres sans effort, sans contrainte ; il me semblait que je la répétais, non par ma volonté, mais comme une enfant qui redit les paroles qu'une personne amie lui inspire..." (Ms A 36r°-v°)




"Les illusions, le bon Dieu m'a fait la grâce de n'en avoir aucune en entrant au Carmel ; j'ai trouvé la vie religieuse telle que je me l'étais figurée, aucun sacrifice ne m'étonna et cependant, vous le savez, ma Mère chérie, mes premiers pas ont rencontré plus d'épines que [de] roses !... Oui, la souffrance m'a tendu les bras et je m'y suis jetée avec amour... Ce que je venais faire au Carmel, je l'ai déclaré aux pieds de Jésus-Hostie, dans l'examen qui précéda ma profession : « Je suis venue pour sauver les âmes et surtout afin de prier pour les prêtres. » Lorsqu'on veut atteindre un but, il faut en prendre les moyens ; Jésus me fit comprendre que c'était par la croix qu'Il voulait me donner des âmes et mon attrait pour la souffrance grandit à mesure que la souffrance augmentait. Pendant 5 années cette voie fut la mienne ; mais à l'extérieur, rien ne traduisait ma souffrance d'autant plus douloureuse que j'étais seule à la connaître. Ah ! quelle surprise à la fin du monde nous aurons en lisant l'histoire des âmes !... Qu'il y aura de personnes étonnées en voyant la voie par laquelle la mienne a été conduite !..." (Ms 69v°-70r°)


"Je vois que la souffrance seule peut enfanter les âmes et plus que jamais ces sublimes paroles de Jésus me dévoilent leur profondeur : « En vérité, en vérité, je vous le dis, si le grain de blé étant tombé en terre ne vient à mourir, il demeure seul, mais s'il meurt il rapporte beaucoup de fruit. » Quelle abondante moisson n'avez-vous pas récoltée !... Vous avez semé dans les larmes, mais bientôt vous verrez le fruit de vos travaux, vous reviendrez remplie de joie portant des gerbes en vos mains..." (Ms A 81r°)


Elle reconnaît cependant que fut un temps, elle a désiré la souffrance de tout son cœur, "avec ardeur".


"Je ne désire pas non plus la souffrance, ni la mort, et cependant je les aime toutes les deux, mais c'est l'amour seul qui m'attire... Longtemps je les ai désirées ; j'ai possédé la souffrance et j'ai cru toucher au rivage du Ciel, j'ai cru que la petite fleur serait cueillie en son printemps..." (Ms A 83r°)

"je sais que Jésus ne peut désirer pour nous de souffrances inutiles" (Ms A 84v°)


"il fallait à sa petite fleur l'eau vivifiante de l'humiliation, elle était trop faible pour prendre racine sans ce secours" (Ms C 1v°)

"Je sens bien que je n'aurais aucune déception, car lorsqu'on s'attend à une souffrance pure et sans aucun mélange, la plus petite joie devient une surprise inespérée ; et puis vous le savez, ma Mère, la souffrance elle-même devient la plus grande des joies lorsqu'on la recherche comme le plus précieux des trésors." (Ms C 10v°)
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Anna rita



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MessaggioTitolo: Re: Scienza della Croce   Sab 15 Apr - 23:04

"8. Per questo motivo vorrei convincere le persone spirituali circa il fatto che questo cammino che porta a Dio non consiste nella molteplicità delle meditazioni, nei metodi, negli esercizi, nei gusti - sebbene tutto questo sia in qualche modo necessario ai principianti -, ma in una sola cosa indispensabile: nel saper rinnegare davvero se stessi, esteriormente e interiormente, offrendosi alla sofferenza per amore di Cristo e annientandosi in tutto. Esercitandosi in tali cose, "..............


ma cosa significa "esercitandosi"?come ci si esercita, senza incorrere nel masochismo?qual è il confine ?fino a che punto ci si spinge?
la lectio non basta ,ogni giorno?
noi ,molto molto "pricipianti",facciamo molta fatica a districarci in queste cose....sembrano "morbosità"....
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Jean
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MessaggioTitolo: Re: Scienza della Croce   Dom 16 Apr - 4:01

Anna rita ha scritto:
ma cosa significa "esercitandosi"? come ci si esercita, senza incorrere nel masochismo? qual è il confine? fino a che punto ci si spinge?
la lectio non basta, ogni giorno?
noi, molto molto "pricipianti", facciamo molta fatica a districarci in queste cose....sembrano "morbosità"....

Se si legge bene la frase, san Giovanni della Croce vuole unificare il nostro modo di utilizzare le nostre energie! invece di molteplicarle in diverse cose, egli apre i nostri occhi sul fatto del distacco da tutte le cose (rinnegare se stesso, cioè non dare il sopravvento all'io, ma a Dio, a Gesù).
Dice: "questo cammino che porta a Dio non consiste nella molteplicità".
Quindi è il suo modo per dire: cercate di guardare la vita spirituale sotto quest'angolo unificatore.
Ci propone occhiali e ci dice sono capaci di aprire tutte le porte.

Quindi al posto di "esercitandosi", metti: concentrandoci sull'unica cosa! E poi anche mettere: "cercare Dio in ogni cosa".

Certo che la lectio unifica tutta la giornata e consiste nel fatto di uscire di se, per fare la volontà del Signore. E se è fatta veramente, è già quasi tutto.

Ma Giovanni della Croce, ci invita ad aver coraggio, e a capire che tutto quello che ci capita durante la giornata non mira ad altro che a distaccarci di noi stessi ed attaccarci a Dio. Quindi ci chiede in fatti di non aver paura della sofferenza inerente agli avvenimenti della giornata, ma ci insegna di andare oltre, capendo il suo significato: il bisogno di distaccarci con la volontà (non fisicamente) delle cose della terra e delle cose del cielo, cercando solo Dio puramente.
Tu che sei medico, ricordati quando stai togliendo la protezione che hai messo su una ferita dopo un giorno, per pulire, fa male no? Ma tu non hai desiderio di fare male, ma solo di togliere e cambiare, pulire.
Giovanni della croce, come medico dice: se fa male, non guardare al male, ma cerchi di capire il perchè: il vero Medico (Gesù) sta purificando, distaccandoti di tutto.

Un consiglio generale per i nostri tempi: non si va a cercare la sofferenza, perchè la sofferenza in se non è niente. Non è un bene. Ma se si capisce il significato, si va oltre, si "vince" la sofferenza. Quindi bastano le Croci della giornata, non è buono aggiurgerci altre.

Va meglio cosi?
Jean
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Anna rita



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MessaggioTitolo: Re: Scienza della Croce   Dom 16 Apr - 9:55

sì così è meglio.

certo alla lectio va affiancata la "direzione"verso cui "lavora"la giornata:il Signore ,e non me.

Ogni azione avrebbe la necessità di discernimento prima di essere compiuta o interpretata .ma soprattutto a me serve chiedere la guida,del Signore,perchè le scelte ,più sono piccole,e più sono complesse, avolte.

Accettare una sofferenza non cercata ,ingiusta,può essere anche una tentazione sotto varii aspetti.
A volte può essere più doloroso reagire alla sofferenza ingiusta non cercata.

La sofferenza fisica ,poi ....è necessario crescere molto ,spiritualmente,per avere qualche minimo indizio del suo significato.....

grazie,davvero,di queste riflessioni della settimana santa.

chiediamo ora al Signore la luce del Risorto ,ed immergiamoci tutti uniti in essa.

anna rita
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